[…] il cinema sarebbe il romanzo e la fotografia il racconto

Cortazar

Differenze tra romanzo e racconto

Spesso si sente dire in giro, o si legge da qualche parte, che il racconto è una sorta di palestra per lo scrittore che voglia poi cimentarsi con la scrittura di un romanzo. Anche se più o meno tutti cominciano con lo scrivere racconti, sembra insomma che il vero obiettivo di chi scrive narrativa sia quello di arrivare al romanzo. Probabilmente questo accade perché lo si identifica subito con l’oggetto libro – una raccolta di racconti, in effetti, è un’idea che ci mette più tempo a concretizzarsi nella mente dello scrittore, tanto è vero che spesso rappresenta una specie di summa di un percorso della durata di diversi anni – e anche perché è il mercato editoriale stesso a richiedere un format preciso, oltre che dei generi in base all’andamento delle vendite.

Ovviamente, prima di approdare al comporre una raccolta di racconti, si possono inviare i singoli racconti alle riviste letterarie.

La verità, però, è che la stesura di un racconto e quella di un romanzo non obbediscono alle stesse regole Condividi il Tweet Se mi permettete un esempio non proprio originale, è come chiedere a un maratoneta di allenarsi facendo una serie di scatti sulla breve distanza. Stiamo parlando di velocità diverse, di diverse resistenze.

Anche se potrà sembrarvi che un racconto richieda un impegno minore – per una manciata di pagine, penserete, non sarà necessario faticare per settimane o addirittura per mesi – voglio provare a spiegarvi che non funziona proprio così e che molto dipende dalla nostra attitudine.

Vi sarete senz’altro resi conto, nel leggere un romanzo, di come possa capitarci frequentemente di sorvolare su intere pagine quasi con disattenzione, come se  ci trovassimo davanti a una serie di informazioni che già conosciamo: descrizioni, comportamenti, dialoghi che fanno da riempitivi, poiché un romanzo è fatto di vuoti e di pieni (non tutti sono così, ma la stragrande maggioranza sì). È in un certo senso fisiologico, per lo scrittore, lasciarsi un po’ andare, mollare la presa – sullo stile e sulla forma – quando si cimenta con una storia di ampio respiro, che si svilupperà nell’arco di non meno di cento, centocinquanta pagine. Questa sciatteria – la chiamo così esasperando un po’ i toni, ma è per rendere meglio il concetto – questa sciatteria, dicevo, non è ammissibile quando si voglia scrivere un racconto. Paradossalmente questo avviene proprio perché si ha a disposizione poco spazio in cui ci si gioca tutto: la propria credibilità e l’attenzione del lettore. Nel racconto è come se ogni parola, ogni segno d’interpunzione, pesassero dieci, cento volte tanto.

Come dice Cortazar:

Il romanzo è ciò che Eco chiama l’”opera aperta”, è davvero un gioco aperto che lascia entrare tutto. Il racconto invece è tutto il contrario: un ordine chiuso. Perché ci lasci la sensazione di aver letto un racconto che ci resterà impresso nella memoria, che valeva la pena di essere letto, quel racconto sarà sempre uno di quelli che si chiudono su se stessi in modo fatale.

Nel suo libro intitolato Il mestiere di scrivere (Einaudi, 1997), Raymond Carver scrive una cosa molto interessante al riguardo: «Evan Connell disse una volta che si rendeva conto di aver finito un racconto quando, rileggendolo, si sorprendeva a togliere delle virgole e poi lo rileggeva da capo e rimetteva le virgole al loro posto.»

In un racconto ogni cosa deve stare al proprio posto, non deve stonare – perché è come se voi la vedeste al microscopio, illuminando soltanto una piccola porzione di mondo all’interno della quale si sviluppa tutta la storia – e questo richiede l’impegno di doverlo rileggere fino ad averne la nausea, quindi di metterlo da parte e riprenderlo dopo un po’, per vedere se funziona ancora oppure no. Capirete da voi che scrivere un racconto, di conseguenza, sia riscriverlo più volte: proprio perché abbiamo a che fare con quella manciata di pagine che ci sembra richiedere poco impegno e che invece vuole un’attenzione esclusiva, che non ammette di scendere in alcun modo a patti. Ovviamente, affinché un racconto funzioni non è sufficiente l’attenzione nei confronti della lingua e dello stile, ma si tratta comunque di una condizione necessaria. Così come lo è avere un’idea – a me piace chiamarla “immagine” – messa bene a fuoco, al punto che si riesca a sintetizzarla in sole due righe.

È da quell’idea che, come un battito di cuore, il racconto prende vita.

Avere la possibilità di confrontarsi con un lettore esterno, che abbia una certa esperienza e confidenza col genere, può essere d’aiuto per entrambi gli aspetti, principalmente per quest’ultimo. Nei miei laboratori di scrittura faccio sempre fare questo esercizio: una volta terminato un racconto, chiedo ai miei studenti di sintetizzarmi l’idea in due o tre righe. Non ci crederete, ma a volte gli risulta più difficile che scrivere due o tre pagine, e questo perché chi non ha esperienza nella scrittura tende a partire, magari seguendo un’intuizione, senza sapere dove andare a parare. Accompagnandolo in questo ragionamento a posteriori – una specie di autoanalisi delle proprie intenzioni – capita non di rado che l’autore scopra, all’interno di quelle poche pagine, un’idea alla quale non aveva pensato – che in realtà non aveva messo a fuoco, ma che più o meno inconsapevolmente ha tirato fuori – e che in seguito a questa specie di illuminazione si ritrovi a riscrivere completamente il racconto. Immagino che messa così, la stesura di un racconto vi sembrerà improvvisamente una cosa faticosissima, un processo creativo capace di minare le vostre certezze e di mettervi in crisi – ed è proprio così che accade, non ve lo nascondo – ma in realtà posso assicurarvi che è la parte più bella e creativa di questo lavoro. Bisogna avere tanta tenacia, essere disposti a mettersi in discussione, anche ad arrabbiarsi fino ad avere voglia di prendere e buttare via tutto.

Un racconto, per quanto breve possa essere, è tutto questo. Se è qualcosa di meno, significa che state già pensando a scrivere un romanzo e che siete sulla strada sbagliata.

Simone Ghelli è docente di scrittura creativa presso l’Upter di Roma.

Bio Simone Ghelli

Fa parte della redazione della rivista Cadillac Magazine e collabora come editor con l’agenzia letteraria Scriptorama.

Il suo ultimo libro è una raccolta di racconti e s’intitola Non risponde mai nessuno

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