Seleziona una pagina

Sono io che l’ho voluto:  le mie impressioni.

TITOLO: Sono io che l’ho voluto

AUTORE: Cynthia Collu

EDITORE: Mondadori

PAGINE: 269

GENERE: romanzi italiani

PREZZO: 18,50 €

 

Voto totale

Cosa cercavo, e cosa ho trovato.

Il tradimento non è la cosa peggiore. Lo sa bene Miriam, protagonista del romanzo Sono io che l’ho voluto di Cynthia Collu.

Solo la migliore narrativa può farci mettere nei panni di qualcuno, mostrandoci meccanismi altrimenti invisibili. Come quelli che lentamente si instaurano nella vita quotidiana tra Miriam e suo marito Sebastiano. Il tema della violenza domestica subentra solo dopo le prime cento pagine. Ci si arriva piano piano, come nella vita, in modo graduale, senza accorgersene. È questa micro lentezza nei cambiamenti a renderci anche le cose più brutali normali. Le giustificazioni che Miriam, la protagonista del romanzo, continua a darsi (così come molte altre donne: quella non è stata violenza, sono io che l’ho provocato, è stato solo un episodio, non si ripeterà ancora) ce la presentano doppiamente vittima: non solo per i colpi fisici presi, ma per i danni morali subiti, provocati dal senso di colpa e di inadeguatezza.

Grazie all’empatia che la scrittrice ci fa provare, ci sentiamo non solo solidali con la protagonista, ma anche un po’ vittime, in un concetto di violenza più esteso: tutte quelle volte che non ci sentiamo all’altezza, che ci facciamo mettere i piedi in faccia da qualcuno, prevaricare, prendere in giro. Più che un romanzo con il tema della violenza domestica, che sarebbe riduttivo, Sono io che l’ho voluto ha il sapore della commedia all’Italiana, dove vengono rappresentate le relazioni tra i familiari, i rapporti di forza, i comportamenti subdoli di parenti-serpenti.

Cynthia ci mostra che i sentimenti non sono un’astrazione ma sono calati nella vita di tutti i giorni, che gli affetti si esprimono attraverso i gesti e le parole. Così come la personalità della sorella Sara, descritta attraverso un dettaglio fisico.

“Sara rinfilò con cautela il bottone nell’asola. Dopo pochi secondi la scollatura riapparve. Miriam si chiese perché la sorella si ostinasse a portare vestiti accollati: aveva un seno grande ma ben fatto.”

O i gesti stizziti del marito Sebastiano che denigra la moglie facendola sentire un essere inferiore. È questa trappola psicologica, insieme all’imprevedibilità dei motivi per cui Sebastiano vuole litigare, che mi ha ricordato un passaggio di Se questo è un uomo. Quando Levi riporta l’incubo dei Lager, li descrive come un luogo in cui non c’era nessuna regola su cui si poteva fare affidamento: tutto era affidato al Caso e all’umore delle SS e dei Kapo.  Così, anche se ridimensionato, il terrore a casa di Miriam è della stessa natura, perché non ci sono schemi logici da seguire: uno schiaffo può arrivare da un momento all’altro e senza ragioni valide.
La frustrazione allora si ingigantisce, perché è come giocare con carte false o con un bambino che non rispetta le regole del gioco.

Sebbene profondo, il romanzo di Cynthia non è né pedante né noioso. Al contrario, l’ironia sorprende inaspettatamente come un bicchiere ghiacciato sulla schiena in una torrida giornata estiva.

 

Quarta di copertina da Mondadori

Se è vero che ogni famiglia infelice lo è a suo modo, quella di Miriam si potrebbe definire “normalmente” infelice: qualche discussione, la scontentezza del marito per il modesto stipendio da insegnante, a volte delle litigate furibonde ma sempre, dopo, la riappacificazione, la felicità del sesso, una cena fuori, un piccolo viaggio. Sebastiano ritorna premuroso, gentile, e a Miriam questo è sufficiente per tirare avanti. D’altra parte gli deve pur essere riconoscente, lui “la mantiene”, permettendole di stare a casa a occuparsi del loro bambino di tre anni, Teodoro. Un giorno, sistemando gli abiti di Sebastiano, Miriam vede uscire dalla tasca una traccia inequivocabile lasciata da un’altra donna. Inizia la lenta discesa agli inferi del sospetto, del bruciore per il tradimento, del tentativo di parlarne e dell’acuirsi della violenza di lui: maltrattamenti psicologici, all’inizio, destinati a trasformarsi presto in violenza fisica. Un romanzo che narra con straordinaria intensità la “normalità” della violenza domestica, e i meccanismi per i quali tante donne non riescono a riconoscerla, tanto meno a ribellarvisi. Miriam, risalirà dal suo inconfessabile inferno solo quando riuscirà a guardarsi con occhi nuovi, a ritrovare l’autostima che, come lei, tante donne hanno smarrito.

Lo stile

Cynthia gioca sapientemente con i punti di vista dei personaggi e la focalizzazione: passa con nonchalance dalla prima alla terza persona, alternando tempo presente e passato per raccontare la storia di Miriam, ma facendo anche incursioni nella prospettiva del marito e del figlio.

I dialoghi tratteggiano con poche parole la personalità dei personaggi. Non sono mai affettati o costruiti solo per far mandare avanti la trama. Il linguaggio è elegante e originale.

“Si sentiva come le formiche sul ripiano della cucina, pronte a fuggire in ogni direzione per evitare di essere schiacciate. Cos’era che le opprimeva cosi?”

Questa similitudine è ripresa da una scena precedente. Ecco che la figura retorica non rappresenta una decorazione presa a prestito da un linguaggio consumato,  ma è un’immagine fresca nata dall’osservazione diretta della vita quotidiana.

La colonna sonora

La pioggia accompagna tutto il romanzo come una colonna sonora ipnotica, che ben si sposa con il sonno perenne di Miriam e l’impossibilità di dormire, e quindi di chiudere gli occhi.

Gli occhi sono un altro leitmotiv simbolico ricorrente nel romanzo: il figlio della protagonista – Teodoro – che dorme con gli occhi aperti; il bambino aggressivo con l’occhio bendato; il tassista con l’occhio strabico.

Un uso sapiente della punteggiatura

“Mi metto subito ad apparecchiare, tovaglia bicchieri posate bottiglia dell’acqua, che altro serve, mi dimentico sempre qualcosa, pane tovaglioli la bottiglia di vino rosso è già aperta, che cosa manca sono sicura che manca qualcosa e lui borbotterà come sempre, aceto olio sale, che altro serve?”

La mancanza delle virgole simula la scansione con gli occhi di tutti gli oggetti nella cucina e la mancanza di punteggiatura ci comunica l’ansia di Miriam.

Oppure in:

“Barcollavo, ero ubriaca e barcollavo, ero felice e ubriaca di felicità e di pioggia e barcollavo ubriaca di felicità e di pioggia – anche di alcol.”

Il ripetersi delle parole rende quei discorsi strambi e sconnessi degli ubriachi e il loro ritmo caracollante.

 

Conclusioni

Sono io che l’ho voluto è un bel romanzo che porta alla luce, con una scrittura elegante e raffinata, alcune dinamiche della società odierna: il gioco vittima-persecutore, i rapporti di coppia, le violenze psicologiche, senza mai cadere nel melodramma.

 

Curiosità

Un giorno durante una presentazione del romanzo, una signora mi chiede:  “Non capisco la donna bruna in copertina. Ma Miriam non è bionda?” Gelo in sala. Si alza un signore: “È evidente che quella è Miriam con la parrucca il giorno che si traveste per pedinare il marito.” Applausi e disgelo tra i presenti.

cit.

Miriam li guardava scherzare insieme, padre e figlio, la famiglia che aveva sempre sognato. Sentiva il cuore che le danzava, poi si diceva: Attenta, non ti fidare, lui non può essere cambiato.

cit.

Non dovremmo mai consegnarci nelle mani di un uomo, Mimì. Senza lavoro, siamo fottute. Se a un marito diamo il potere economico si sente in diritto di trattarci come mantenute.

v

Domande aperte all'autrice.

 

  • Leggendo i primi capitoli ho avuto l’impressione che la storia fosse ambientata negli anni ‘60, se non fosse stata per quella menzione di email e cellulare. È un’atmosfera voluta?
    Mi fa piacere che mi racconti questa tua impressione, e mi verrebbe quasi da chiederti da quali particolari tu l’abbia tratta, perché trovo sempre interessante la diversità con cui ogni lettore “legge” un libro, sia per quanto riguarda la storia, i personaggi o le atmosfere. La vicenda si svolge agli inizi del Duemila, quando già l’uso di Internet e dei cellulari era diffuso (infatti parlo di telefonini, non di smartphone, come si evince bene dalla frase “Afferrò il telefonino e andò sul menu dei messaggi ricevuti. Ce n’erano cinque. “). Quella che invece è voluta è l’atmosfera un po’ claustrofobica. Tutte le scene più importanti si svolgono dentro la casa, raramente al di fuori delle quattro mura, e anche le scene esterne sono, a loro modo, scene “chiuse”, inscatolate dentro qualcosa (l’automobile, ad esempio, o l’ospedale, oppure “coperte” dalla pioggia battente). All’inizio non è stata una scelta. Me ne sono resa conto man mano che scrivevo e mi è venuto spontaneo continuare in quella direzione.
  • La scelta dei punti di vista, prima e terza persona, tempo passato e tempo presente, sono solamente una scelta stilistica o c’è dietro qualcos’altro?
    Non è solo una scelta stilistica. Il tutto è iniziato quando ho dovuto esprimere il pensiero di Teodoro, un bambino di tre anni. Mi sono resa conto che farlo in prima persona, come già avevo fatto per Miriam, la madre, avrebbe rischiato di diventare un “gnaulio”, sarebbe sembrato come minimo poco credibile. Ho provato così a scrivere quel capitolo in terza persona e, a poco a poco, mi sono resa conto che cambiare il punto di vista mi permetteva di affrontare argomenti simili in modo totalmente differente. La terza persona, grazie all’interposto pensiero, costringe lo scrittore a un controllo maggiore nella descrizione dei propri sentimenti, la prima, invece, a mio avviso consente (permettimi un termine poco elegante ma molto efficace) di “sbracare”, sia quando si parla di sé che degli altri, come pure degli eventi vissuti. Quindi ho scelto la terza per narrare i momenti più crudi, più terribili, in modo da evitare scivolate morbose o vittimistiche; la prima, invece, per descrivere sentimenti più intimi (come, per esempio, il desiderio di un figlio e l’acquisto di un bambolotto). E’ una scelta consona al mio modo di sentire, tant’è vero che l’ho usata anche nel nuovo romanzo che sto scrivendo, così come a volte continuo a impiegare il tempo passato e quello presente nello stesso brano. Il secondo ti sposta dal racconto immettendo immediatamente nella scena, la fa percepire come se la si stesse vivendo in quel momento preciso. E’ una tecnica che usano moltissimo scrittori; uno che mi viene subito in mente è Buzzati in “Un amore”, ma anche Alice Munro o Thomas Mann nei “Buddenbrook”, così come tanti altri.
  • L’occhio (quello bendato, quello strabico, quello sbarrato) è alquanto inquietante e mi ha ricordato Poe: è stato un richiamo ricercato?
    Sinceramente, no, non ho pensato a Poe e neppure mi ero accorta di questa combinazione. E ancora una volta mi fa piacere costatare come i lettori leggano nel libro cose che l’autore spesso non vede. Sempre a proposito di questo romanzo un altro lettore mi ha chiesto, rifacendosi al correlativo oggettivo elaborato da Thomas Eliot, ossia a « una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un’emozione particolare », come mai in parecchie parti del romanzo parlo di oggetti appuntiti, e se con queste descrizioni volevo sottintendere una minaccia. Anche qui, non me n’ero neanche accorta. Ben vengano lettori così attenti!
  • Come ci si sente a essere pubblicati da Mondadori? La tua vita è cambiata?
    Sicuramente la prima volta è stata un’emozione fortissima, indescrivibile. La seconda, avendo ormai contatti stretti con la direttrice della narrativa italiana, mi è sembrato naturale inviare il romanzo a lei, ma è stata una bella emozione venire ancora accettata. La mia vita non è cambiata. Sono cambiata io. Ho capito sempre di più che scrivere non è qualcosa che si lascia all’improvvisazione né, tantomeno, alla fantomatica ispirazione di romantica natura. Scrivere (seriamente) è un lavoro, un duro lavoro, che richiede disciplina, sacrificio, umiltà, ascolto, un mestiere con i suoi attrezzi che bisognerebbe usare ogni giorno e possibilmente per più ore al giorno, sino ad arrivare il più possibile vicino al risultato voluto. E poi sono cambiata nel senso che la scrittura è diventata sempre più la mia dimensione felice. Se sto a lungo senza scrivere, mi sento scontenta e un po’ arrabbiata con me stessa. Vorrei dire in conclusione a tutti quelli che desiderano scrivere ed essere pubblicati, di non stancarsi mai di crederci. Se hanno buona volontà, umiltà e un po’ di talento, prima o poi il dio degli scrittori si accorgerà di loro.

Liberiamo i libri dalle biblioteche

Michele Renzullo

Commenti

commenti

Share This