COME SCRIVERE UN LIBRO AUTOBIOGRAFICO

In questa lunga guida su come scrivere un’autobiografia, troverai tantissime domande e qualche tentativo di risposta.

Se sei qui probabilmente è perché da lungo tempo hai in mente di mettere su carta una parte importante della tua vita. Stai pensando di scrivere un libro autobiografico o un memoir. Ma forse ti sei fermato chiedendoti: la mia storia interesserà a qualcuno?

A questa domanda, lecita e giustificata, seguono altri dubbi, interrogativi e incertezze.

Come sapere allora se la tua storia susciterà l’interesse di un lettore?

La risposta è: dipende.

Ma da cosa?

Da molteplici fattori. In primis, da cosa vuoi raccontare, ma soprattutto, da come racconterai la tua storia.

Puoi avere vissuto grandi drammi, e non essere in grado di emozionare. E puoi raccontare di quando ti prendevano in giro a scuola per avere indossato un maglione da nerd o delle scarpe taroccate, e coinvolgere emotivamente il lettore.

Dove sta allora il punto cruciale?

Proprio nel non dimenticare che esiste un lettore, un lettore che non ci conosce. Scrivere, come qualsiasi altra arte, non è un fatto spontaneo. Non ci si può affidare solo all’ispirazione. Si comunica attraverso la tecnica. Quando scriviamo narrativa parliamo di noi ma di aspetti rilevanti per il lettore. Partiamo dall’Io per arrivare al mondo. Solo così possiamo passare dal privato all’universale.

 

Facciamo una doverosa premessa

L’autobiografia è un genere letterario? Si può considerare alla stregua di qualunque altro tipo di romanzo?

Vediamo di chiarire la questione.

Riguardo al primo interrogativo la risposta è sì, l’autobiografia è un genere proprio come l’horror, il fantasy, e così via.

Alla seconda domanda mi sento in dovere di rispondere no.

E allora, cos’è? E, soprattutto, come si scrive un’autobiografia? Scopriamolo insieme!

Come rendere interessante un’autobiografia

scrivere è terapeutico

Scrivere è terapeutico.

Quante volte lo abbiamo sentito. E quante volte abbiamo sentito il bisogno di mettere nero su bianco alcuni episodi (solitamente drammatici) della nostra vita.

Allora prendiamo un blocco o il portatile e cominciamo a dar forma ai demoni che ci rodono dentro.

Non solo. Vogliamo anche condividere il nostro dramma, la nostra esperienza con altri. Vogliamo scrivere e pubblicare il nostro libro.

Ma basta raccontare gli aneddoti della nostra vita, per scrivere un romanzo autobiografico?

Basta riempire pagine di un quaderno o di Word per innescare un processo catartico? E la tua vicenda personale interesserebbe veramente a un’altra persona? (che non sia tua sorella o la tua migliore amica).

 

 Innanzitutto, ti consiglio di chiarire questo aspetto attraverso qualche interrogativo.

  • Qual è il tuo obiettivo?
  • Vuoi solo scrivere un diario?
  • Vuoi che la tua storia venga letta da altri?
  • Se sì, in che modo? Cerchi un editore? Vuoi auto-pubblicare?

Fino a quando il tuo manoscritto non incontra almeno un lettore, quell’oggetto rimarrà solo un mero oggetto inanimatoCelluloide o una sequenza di bit.

 

Devo veramente scrivere un’autobiografia per raccontare me stesso?

Una domanda spartiacque che sarebbe opportuno rivolgersi ancora prima di iniziare, anche se forse molti la sottovalutano, è: devo veramente scrivere un romanzo autobiografico per parlare di me?

Se vuoi parlare di un tema che ti sta a cuore, di un aspetto che ti ha fatto crescere, di un amore o una tragedia, puoi farlo anche attraverso la fiction. E, nella fiction, esplorare tutta la narrativa di genere.

L’importante è che prendi una decisione!

Non basta sostituire i nomi dei personaggi e pubblicare sotto pseudonimo per trasformare fatti autobiografici in un romanzo. Anzi, molto spesso gli scrittori alle prime armi si nascondono dietro questo trucco.

Quello che intendo dire è che in un’autobiografia ci si aspetta che l’autore non faccia censure, soprattutto su sé stesso. Che ci metta la faccia. È troppo comodo nascondersi dietro a uno pseudonimo e cambiare nome a quelle che sono persone in carne e ossa riportate su carta. Forse l’autore ha paura che le persone si riconoscano nella storia. Ma è proprio questo il punto! O si ha il coraggio di chiamare la sorella Maria col suo nome, oppure meglio abbandonare l’idea di scrivere una pura autobiografia, e indirizzarsi verso la scrittura di un romanzo, dove i protagonisti sono personaggi letterari inventati.

 

Come fare affinché il lettore si appassioni alla mia storia?

Una volta intrapreso il percorso dell’autobiografia o del memoir, avrai il timore di poter annoiare l’ipotetico lettore.

Ecco alcune considerazioni e suggerimenti per rendere il libro più interessante, e approfondire quel processo catartico che ti ha fatto partire.

 

Il vero protagonista non sei tu

Ricorda che anche nel romanzo autobiografico il protagonista non sei tu, ma un personaggio letterario che ha le tue stesse caratteristiche. Non sei tu, ma la rappresentazione letteraria di te stesso. E allora avrà lo stesso colore dei tuoi occhi, lo stesso taglio di capelli, lo stesso carattere. Persino lo stesso nome. Ma non sei tu in carne e ossa! È il filtro con il quale vedi te stesso a rendere la cosa interessante (interessante per te e per il lettore).

Importantissimo è non dimenticare che stai comunicando la tua storia a un lettore.

Pensa che la scrittrice Annie Ernaux nel suo “Gli anni” scrive di se stessa riferendosi in terza persona, o dei suoi familiari usando la terza plurale.

Un dolore che filtra il suo rapporto con il mondo. Accorda ai paesaggi soltanto un’attenzione distante, si limita a considerare – quando osserva le zone industriali all’entrata delle città, il profilo di un nuovo centro commerciale e la scomparsa degli asinelli – quanto sia cambiata la Spagna dalla morte di Franco.

Oppure, la famosissima Alice Sebold nel best-seller “Amabii resti” ha adottato un espediente narrativo, per cui parla di sé in terza dalla prospettiva di un fantasma, ma partendo da una vicenda personale drammatica: uno stupro.

Nota bene: usare la terza persona potrebbe aiutarti a trovare la giusta distanza tra l’Io che ha vissuto un certo dramma e la narrazione, attraverso cui potrai compiere un processo terapeutico.

 

Così come i luoghi attraverso cui si muove il protagonista del tuo romanzo autobiografico non sono i paesi che trovi sulla Lonely Planet o su Google Map. Sono rappresentazioni anch’essi di queste ambientazioni. E quello che sarà interessante sarà il punto di vista di chi li vive (ricorda: non tu, ma la tua trasposizione letteraria). Se sei andato a Roma e hai visto il Colosseo, il lettore dovrà vedere il monumento come se fosse la prima volta.

E così ogni cosa che descrivi e decidi di inserire nel tuo romanzo autobiografico. Perché prima di tutto sei tu che scegli quali avvenimenti citare, quali no, quali oggetti, persone, azioni, mezzi di trasporto, battute, aneddoti inserire.

Ma ricorda che ognuno di essi deve essere trattato come elemento narrativo, come uno spunto di riflessione. Un treno non sarà più un treno, ma la rappresentazione di esso, qualcosa che si inserisce in un contesto narrativo molto preciso, in un mondo immaginario che non è la fedele replica della realtà, ma la sua rappresentazione (seppur fedele).

Se non ragioniamo per elementi narrativi che si muovono in un ecosistema indipendente – in un mondo letterario dove lettore e scrittore si possano incontrare – rimarremo sempre ancorati a un livello cronachistico di esposizione, in cui raccontiamo solo i fatti nostri: episodi che non interessano a nessuno.

Se non affrontiamo il processo per cui dal particolare approdiamo all’universale, la storia rimarrà solo una vicenda personale, priva di interesse e spessore. Solo attraverso un punto vista particolare un treno può coinvolgere il lettore a livello emotivo, altrimenti rimarrà un ammasso di ferraglia.

Senza filtro e rielaborazione, senza che gli elementi diventino simbolici e funzionali alla narrazione, senza che si senta la voce dello scrittore, scrivere rimane solo uno sfogo fine a se stesso e non si trasforma in processo terapeutico e catartico.

I criteri: qualche esempio pratico

Vediamo innanzitutto quali possono essere i criteri che rendono una storia interessante o meno.

Innanzitutto, la selezione degli elementi da narrare.

Se iniziamo il nostro capitolo con: ho fatto colazione, ho visto che fuori pioveva, ho preso l’ombrello, etc… stiamo facendo la cronaca della nostra giornata. Stiamo tenendo un diario della nostra vita, ma non stiamo facendo narrativa. Gli elementi servono come pretesto per parlare d’altro, per approfondire, per ragionare, per emozionare.

 Nota bene: possiamo sì usare l’espediente narrativo del diario, a patto che non risulti un diario vero e proprio. Un diario reale è destinato solo a se stessi, quindi possiamo dare per scontate molte cose ed essere autoreferenziali. Come i sogni, i diari personali non interessano a nessuno, a volte neanche chi li ha scritti. Se vogliamo invece simulare la scrittura di un diario non possiamo solo essere spontanei. Dobbiamo selezionare cosa raccontare, e cercare collegamenti con altri elementi, altri episodi, sensazioni, raggiungendo delle epifanie. Ho usato apposta la parola cercare, perché non possiamo sapere a priori cosa possiamo scoprire dal collegare alcuni episodi. È proprio il processo della scrittura che ci aprirà nuovi orizzonti.

 

Cosa scrivere allora?

Non di certo le minuzie della routine di tutti i giorni. Mi sono svegliata, ho fatto colazione, ho guidato. A meno che non siano funzionali alla storia, a meno che non si trovi un’angolazione diversa. 
Di cosa parlare quindi? Delle cose che ti stanno a cuore.
Non importa il soggetto della narrazione. Il punto è esplorare un argomento, non solo menzionarlo.

 

Impariamo dalla fiction

Anche se stiamo scrivendo un’autobiografia, possiamo mutuare dalla fiction tecniche narrative e principi drammaturgici.
Il confitto è al centro di tutte le storie. Non c’è storia senza conflitto. Quello che spinge il lettore nel continuare la lettura è conoscere la natura del conflitto e come il protagonista l’ha risolto (o non l’ha risolto). 

La narrazione è proprio ciò che avviene tra la nascita del conflitto e la sua risoluzione. Se diamo tutto subito in pasto al lettore, questo non sarà interessato nel proseguire la lettura. Ci identifichiamo proprio nella sfida, nel dolore, nel conflitto. Insomma, nel viaggio dell’eroe.

 

Onestà

C’è qualcosa di cui ti vergogni e quindi non ti senti in grado di scrivere? Ti potrebbe venire spontaneo censurare. Anche a livello inconscio. E invece è proprio qui dove devi andare a fondo.
Agassi si è aperto totalmente nella sua autobiografia Open. Un libro onestissimo in cui il tennista si è messo a nudo, mostrando tutte le sue insicurezze e paure.

 

Come faccio a sapere se l’argomento è interessante?

Questo è un altro interrogativo che incontrerai una volta intrapresa la strada della scrittura della tua autobiografia. Non è tanto importante di cosa parliamo, ma il punto di vista scelto nel raccontare qualcosa. Fondamentale è quindi lo sguardo dello scrittore, la tua voce autoriale.

Quando scegli i contenuti da raccontare, domandati: è abbastanza interessante per me? Ho abbastanza materiale? Ha un respiro universale? Può essere rilevante per un lettore?

Nota bene: Capita a volte che un avvenimento ci colpisca in modo particolare. Ma non è detto che quell’episodio risulti interessante una volta riportato su carta. Anzi, in molti casi le storie migliori, o i personaggi migliori nascono da particolari, avvenimenti minori, persone che abbiamo conosciuto di sfuggita. Magari abbiamo fatto un viaggio alle Maldive e siamo stati colpiti dall’acqua cristallina, ci siamo emozionati facendo snorkeling e divertiti sorseggiano un cocktail al tramonto. Ma siamo sicuri che la stessa scena risulti interessante messa su carta? Considera che il lettore di oggi è una persona che ha viaggiato, ha visto film, documentari, che usa Internet e i social.

 

Perché scrivere un’autobiografia? 

Se ti stai ancora domandando se sia meglio scrivere fiction o un’autobiografia, ecco alcune motivazioni che portano molte persone a voler raccontare la storia della propria vita.

  • Per te, come memoir:
    scrivi per il te stesso di domani che vorrà ripercorrere alcuni episodi che sono stati importanti.
  • Per la tua famiglia:
    scrivere un’autobiografia è un modo per mostrare la tua persona da una differente angolazione.
  • Per le generazioni future:
    ovvero, per persone che non conoscerai mai (ad esempio, nipoti ma non solo).
  • Per esprimere una tematica, un punto di vista:
    vuoi indagare un argomento che ti sta a cuore.
  • Per ispirare:
    hai superato un ostacolo, imparato qualcosa, e vuoi condividere la tua esperienza.

Parlando di tematiche, eccone alcune che possono esserti di ispirazione:

  • Recuperare l’autostima
  • Imparare cose nuove (lingua, tecnologia, cultura, lavoro)
  • Imparare a perdonare
  • Buttarsi il passato dietro le spalle
  • Il valore dell’onestà, dell’etica
  • Soffrire o avere pregiudizi
  • Il valore del sacrificio
  • Imparare ad amare
  • Accettare la morte di un caro
  • Quella volta che sei stato ingenuo
  • Il rapporto con la famiglia
  • Essere accettati
  • Superare le sfide
  • Come hai scoperto di avere (o non avere) talento
  • Scelte difficili

Chi sono i tuoi lettori?

Ancora domande? Sì. Le domande sono la risorsa più importante che un autore possa avere. Per chi stai scrivendo dunque? Per te stesso? I tuoi nipoti? I tuoi figli? Un lettore estraneo? Non esiste una sola risposta univoca, le tue motivazioni possono essere anche un mix di tanti aspetti. Così come non esiste un solo tipo di autobiografia, ma ne esistono di diversi tipi.

Tipologie di autobiografie

  • Umoristica
  • Saggio
  • Meditativo
  • Confessione
  • Saga familiare
  • Memoir

 

Struttura di un’autobiografia

Come può essere strutturata un’autobiografia? Che ordine deve seguire?

Puoi seguire un ordine cronologico, estrapolare degli aneddoti a cui far seguire alcune riflessioni, procedere analizzando tematiche rilevanti o comunque a te care.

Ma si può spaziare, ad esempio, L’ultima intervista di Nevo Eshkol usa l’espediente narrativo di un’intervista.

Ha sempre saputo che sarebbe diventato scrittore?

No. Ma a un certo punto, durante l’adolescenza, mi sono reso conto che le mie fantasie masturbatorie erano molto più dettagliate di quelle dei miei amici più intimi.

 

Per non sbagliare ti consiglio di avere sempre in mente la struttura aristotelica in 3 atti

 1 atto: gancio/backstory/evento scatenante

 2 atto: crisi/lotta (conflitti)/epifania

 3 atto: piano/climax/fine

Ti consiglio di elaborare in prima istanza la struttura della tua autobiografia, pena incorrere nel blocco dello scrittore. Uno dei motivi per cui ci blocchiamo potrebbe essere quello che pretendiamo la perfezione dalla prima stesura.

Nota bene: La prima bozza deve servire solo a finire la storia, ad avere l’impasto che dovrà essere lavorato.

 

Plot Vs Storia

 

trama vs storia

 

È bene avere sempre in mente la distinzione tra plot e storia.

 

Plot/trama: è il viaggio fisico del tuo personaggio (gli eventi che ti accadono) – si concretizza nell’azione [Livello esterno, evidente]

Storia: è il viaggio emotivo del tuo personaggio (evidenzia il cambiamento) – si concretizza nella reazione [Livello interiore, nascosto]

 

Spunti e consigli per scrivere un’autobiografia

Dopo questo lungo excursus su come scrivere un’autobiografia, voglio lasciarti con alcuni spunti e consigli pratici per ripercorrere la tua vita e dare avvio alla scrittura della tua autobiografia.

Foto: ripercorri la tu vita attraverso le foto. Osserva i dettagli. Non solo il soggetto in primo piano, ma anche il background. Poi allarga, esplora, cerca di ricostruire un contesto.

Tip 1: vai nei motori di ricerca e inserisci la data di riferimento di quella foto: scoprirai moltissimi avvenimenti di importanza nazionale e mondiale, che possono aiutarti a ricostruire un contesto.

Tip 2. Domanda a parenti, amici ed ex compagni di scuola se hanno foto che ti riguardano.

Interviste: poni delle domande a persone importanti della tua vita. Prepara interviste, usa registrazioni vocali, video, etc…

Tecnologia: dalla macchina da scrivere al laptop, dal telefono fisso all’i-phone, percorrere la nostra strada attraverso la tecnologia può essere un modo per riflettere sul ritmo della nostra vita e sull’evoluzione della nostra società.

Antenati: puoi usare dei tool per ricercare le tue origini. Ancestry.com o alcuni che analizzano il tuo DNA.

Idee varie: qualche idea per scavare nella tua infanzia e adolescenza: giochi, film, attività, animali, compagni di scuola, voti, sport, libri, vacanze.

Gratitudine: per che cosa sei grato? Forse molte volte si fatica a esercitare la gratitudine in quanto pensiamo sia legata alla soddisfazione di un desiderio. In realtà dovrebbe essere legata alla scoperta e soddisfazione di un bisogno autentico. Desiderio e Bisogno sono due cose diverse. Indispensabili da individuare nella costruzione del tuo protagonista.

Dialogo: un po’ come nelle traduzioni, dove l’importante è cogliere il senso di ciò che voleva esprimere l’autore, sacrificando l’aspetto letterale, se vuoi riportare una reale conversazione a cui hai partecipato o assistito, puoi modificare le battute per drammatizzare e migliorare l’effetto. Qui puoi approfondire come si scrivere un dialogo efficace.

Sorpresa Vs tensione: in base all’effetto che vuoi ottenere, è importante sapere quali informazioni condividere con il lettore. Se vuoi ottenere l’effetto sorpresa, allora il lettore deve avere lo stesso grado di consapevolezza del protagonista. Se invece vuoi generare tensione e suspense, allora devi anticipare delle informazioni, condividendole con il lettore. Il lettore conoscerà qualcosa ignorato dal protagonista.

 

Infine, se vuoi scrivere la tua autobiografia e hai bisogno di un aiuto professionale, editor o ghost-writer, contattami tranquillamente.

 

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