sangue giusto recensione

Sangue giusto: le mie impressioni, e analisi delle tecniche narrative.

Data uscita: 2017

Publisher: Rizzoli

Prezzo: € 20

Pagine: 528

Voto totale

Un romanzo per chi non ricorda

Io mi commuovo sempre davanti al talento. E Sangue giusto, l’ultimo romanzo di Francesca Melandri, arrivato finalista allo Strega ma non nella cinquina (non a caso), è una prova inconfutabile del talento della scrittrice.

Basta partire dai ringraziamenti finali per capire la maestosità e la coralità di questo libro e sfatare il mito per cui un romanzo è solo il frutto dell’ispirazione momentanea di un artista, di una scrittura di getto istintiva e solitaria e non il risultato finale di una progettazione narrativa sapiente, di una ricerca storica accurata e di una creatività matura.

Lo sguardo della Melandri che scansiona gli aspetti della vita quotidiana è uno sguardo a raggi x, disilluso, ironico. Uno sguardo che non lascia spazio alla banalità, alle semplificazioni e alle mistificazioni, ma che ci svela i rapporti tra le persone, le dinamiche tra gli individui e le istituzioni; un punto di vista intelligente e profondo che porta alla luce quei meccanismi che inconsciamente intuiamo ma che preferiamo, per quieto vivere, nascondere a noi stessi.

Una madre felice di non rivedere più il figlio rinuncia al futuro: sa che lui non la curerà quando sarà vecchia. Il figlio che la saluta rinuncia al passato: uscire è troppo duro e pericoloso per caricarsi anche sulle spalle il piombo della nostalgia.

Sangue Giusto ci racconta la storia dell’occupazione italiana in Etiopia nel ‘36 e la storia personale di Attilo Profeti ai giorni nostri, attraverso gli occhi della protagonista Ilaria.

Ilaria è una di quelle donne magre che l’età se la portano bene e male. Bene, per le membra agili e snelle. Male, perché la pelle da quarantenne sulle membra agili e snelle le dà un’aria da adolescente invecchiata.

In tre righe, la Melandri ci regali pochi vividi dettagli significativi.

 

 

Ilaria trova sul pianerottolo di casa Shimeta, un ragazzo africano che sostiene di essere suo nipote, nato dal figlio di Attilio Profeti, padre di Ilaria, quando si trovava in Etiopia durante l’occupazione italiana.

Ilaria è costretta, spalle al muro, a dover fare i conti con la vita segreta del padre. Scavando nella storia personale di Attilo Profeti, ripercorriamo la storia dell’occupazione italiana in Etiopia, il fascismo, le violenze, l’uso delle armi chimiche, e affrontiamo le vicissitudini contemporanee di Shimeta, il ragazzo che dall’Etiopia attraversa il deserto, i lager libici, il Mediterraneo, e approda ai Centri di Identificazione ed espulsione italiani.

La struttura

Le storie dei personaggi e i piani narrativi – quello politico e quello privato, quello contemporaneo e quello risalente alla  guerra d’Etiopia – si intrecciano e si sovrappongono in modo magistrale, non come applicazione di un semplice espediente narrativo, ma in quanto frutto di una riflessione attenta e onesta sulla nostra società.

Il romanzo mette in relazione gli eventi, neanche troppo lontani – la guerra d’Abissinia, il colonialismo e il razzismo scientifico – con l’attuale situazione dei flussi migratori. La Melandri calibra sapientemente il piano della saga familiare con la storia italiana, la fiction con il documentarismo storico.

Il linguaggio

La Melandri adotta un linguaggio preciso e poetico allo stesso tempo, uno stile che riflette la bellezza e le brutture a cui assistiamo nella vita di tutti i giorni, quando passeggiamo per le strade delle nostre città contemplando la meraviglia di un tramonto ma respirando la puzza dei gas di scarico e dei marciapiedi sporchi.

La sua scrittura mi ricorda la migliore Allende: un fiume che scorre pieno e potente, senza molinelli di affettazione e ostentazione di bravura. È la storia che trascina, sono i personaggi con i loro conflitti e contraddizioni a trasportare il lettore a valle.

Immagina questo: stai facendo un sogno meraviglioso mentre sei appollaiato sui rami di un albero. Devi svegliarti ogni minuto, però. Perché non devi cadere e anche perché vuoi tenere vivo il tuo sogno. Questo vuol dire emigrare.

Manipolazione del tempo

La Melandri fa col tempo quello che vuole. Se nell’incipit, tramite digressioni varie (mai noiose) impiega quattro pagine per far salire le rampe di scale alla protagonista Ilaria, in altri capitoli, tramite tagli di scena e cliffhanger, salta con agilità da un’epoca a un’altra.

Aforismi come gemme preziose

Non parliamo certo di quelle frasi ad effetto studiate a tavolino da incorporare in modo strategico in un testo per poi essere estratte e inserite nei baci Perugina, o postate nell’account Instagram. Vediamo in questo romanzo come un aforisma, una summa, un pensiero scaturiscano dal fluire creativo della scrittura narrativa. È la scrittura in sé che porta a certe intuizioni.

Sono le piccole bugie a rendere possibili i matrimoni.

La suspense

L’ uso della suspense non è uno strumento di uso esclusivo della narrativa di genere. Vediamo come spesso la Melandri ci faccia rimanere col fiato sospeso quando si arriva ad una scena clou.

 

La bellezza della verità

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La fame in Etiopia aveva messo al centro del mondo un Paese di cui fino a pochi mesi prima molti ignoravano la collocazione quando non l’esistenza. I più famosi fotografi accorrevano a immortalare con scatti tragici ma dalla composizione perfetta l’enormità della catastrofe: bambini morenti disidratati come ramoscelli, madri dai seni vuoti e gli occhi spenti, armenti scheletrici avanzanti tra nuvole di polvere. […] Queste immagini incutevano una pietà simbolica, estetica e decisamente gerarchica. Gli spettatori cui erano destinate ne erano inorriditi ma allo stesso tempo rassicurati: quella miseria assoluta era platealmente estranea alla loro esistenza. L’alterità raffigurata in quelle foto negava ogni comunanza possibile di condizione umana tra soggetti e spettatori. Risparmiando così a questi ultimi lo sconvolgente abisso della vera empatia.

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Domande aperte all'autore

  • Sangue giusto è arrivato in finale allo Strega ma sorprendentemente non nella cinquina: pensi che sia un romanzo con risvolti troppo politici?
  • Il tuo romanzo sta riscontrando un enorme successo all’estero: pensi che sia per una questione di prospettiva?
  • Che differenze trovi tra lo scrivere una sceneggiatura e lo scrivere un romanzo?

Curiosità

Francesca Melandri (Roma, 1964) ha lavorato per molti anni come sceneggiatrice, prima di esordire nel 2010 nella narrativa con Eva dorme. Nel 2012 ha pubblicato per Rizzoli Più alto del mare, finalista al Premio Campiello e vincitore del Premio Rapallo Carige. I suoi romanzi sono tradotti nelle principali lingue europee.

La trilogia

Sangue giusto, Eva dorme Più alto del mare postituiscono la “Trilogia dei padri“. I temi predominanti sono: la patria, il passato dell’Italia, i suoi segreti.

Liberiamo i libri dalle biblioteche

Michele Renzullo

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