Seleziona una pagina

Puerto Escondido:  le mie impressioni.

Data uscita: 2015

Publisher: Feltrinelli

Prezzo: € 10,00

Pagine: 400

Voto totale

Cosa cercavo, e cosa ho trovato.

Ci sono libri che sono schiaffi in faccia. Come madri severe e apprensive, ti fanno bruciare il viso, ti costringono a rimanere lì in quel momento, ad affrontare quel dolore. Ma rappresentano anche i veri momenti di crescita che ti irrobustiscono, che, dopo la sberla, ti fanno ritrovare l’abbraccio dell’unica persona che ti è vicina in quel momento. Puerto Escondido è stato per me l’unico compagno con cui mi sono ritrovato a interloquire in un periodo di confusione, di abbandono, di volontà di fuga e paura di perdere tutto, di riscoperta dell’essenziale. Penso che per ogni momento della nostra vita esista uno e un solo libro al mondo che è capace di parlarti e di capirti. Se hai la fortuna di trovarlo, la tua solitudine sarà alleviata.

Per questo motivo questa non può essere una recensione obiettiva dove ti racconto la trama, o cosa succede.

Posso solo dirti che questo romanzo parla di un viaggio, descrive uno smarrimento, il ritrovarsi e il perdersi nuovamente. Parla di territori minacciosi, suggerendoci che a volte il pericolo è proprio rimanere incollati al proprio posto. Un libro che parla di paura di lasciare il nostro nido domestico anche se si sta schiantando al suolo, ma anche di incontri miracolosi, di luoghi che ti cambiano per sempre l’anima, dove il valore non si misura con la produttività.

“Non l’ho mai sentita come una casa vera; le cianfrusaglie che ho accumulato alla rinfusa sono rimaste sempre in posizioni precarie, in attesa di qualcosa. Non c’è niente di indispensabile, qui dentro.”

Da Puerto Escondido è stato tratto il celeberrimo film di Salvatores facente parte della trilogia della fuga, ma sorprendentemente, il film prende dal libro solo un paio di spunti: il desiderio di fuga e la struggente bellezza del Messico. Il film è molto più leggero, ironico, semplice. Se il film è un bel torrente di acqua fresca, il libro sembra un oceano dove perdersi.

Il romanzo, narrato in prima persona dal protagonista trentenne – un bolognese inetto e demotivato – ti aggancia fin dalle prime righe con una scrittura visiva, viva, cruda, precisa, tagliente, affilata, creativa. Pino Cacucci riesce a fare il miracolo di fare una telecronaca in diretta delle avventure del protagonista (anonimo), delle sue sensazioni e dei suoi sentimenti. Leggi e ti trovi lì con lui, respiri quello che respira lui, osservi la gente attraverso il grandangolo dei suoi occhi, provi le sue nausee, i suoi dolori corporei, le sue melanconie; ti si accelera il cuore, gli dai del coglione, poi lo inciti, speri che gli vada bene, che l’avventura con quella ragazza in Spagna si trasformi in una vera storia d’amore;  o quella rocambolesca fuga dagli sbirri a Puerto Escondido vada bene. Speri, speri per lui perché nel frattempo è diventato il tuo migliore amico.

E di fatti, anche di amicizia parla questo romanzo: di legami personali che vengono rivalorizzati e portati in superficie in un mondo polveroso e assolato dove il ritmo è rallentato e i telefonini ancora non hanno bruciato i neuroni e le relazioni umane.

 

 

Quarta di copertina da Feltrinelli.

Tutto comincia con un passaporto e un poliziotto fuori di testa: l’anonimo protagonista, un giovane solitario che ha sempre dimostrato una certa predisposizione a ficcarsi nei guai senza volerlo, viene coinvolto in un delitto. Perseguitato da un commissario di polizia che lo considera un testimone da eliminare, non trova altra soluzione che scappare senza tregua, diventando suo malgrado un disavventuriero, da Bologna all’Elba, quindi in Spagna per colpa di tre pirati squinternati al comando dell’enigmatica Aivly, fino al Messico, dove viene preso per l’erede di un mercante d’armi. Fuggiasco improvvisato e maldestro, incontra Elio, uno sbandato italiano che prima lo deruba e poi diviene istigatore e complice di nuove disavventure. A Puerto Escondido, l’apoteosi delle sgangherate imprese della coppia di picari da strapazzo in perenne ritardo sulla realtà circostante. Una continua fuga sotto il sole del Messico. Da questo romanzo indimenticabile il film omonimo di Gabriele Salvatores del 1992.

Conclusioni

I still haven’t found what I am looking for.

Questa frase chiude il libro lasciando un finale aperto e una domanda senza risposta.

 

Curiosità

Il manoscritto di Puerto Escondido stava per essere perso per sempre. Il corriere, incaricato di consegnarlo alla casa editrice, era stato derubato. Fortuna Cacucci è un tipo previdente, e aveva le fotocopie a casa.

cit.

«C’è stato un momento in cui forse ha smesso di fingere. Non so quanto sia durato, ricordo solo quella sensazione di naturalezza più forte dei nostri nervi contorti. La guardo di spalle, ripercorro la sua pelle, e mi cresce dentro una desolazione infinita, un bisogno di afferrarti e scuoterti e urlarti perché adesso sei così diversa.»

cit.

Messico, un sole che carbonizza i capelli e fa colare il cervello dal naso.

v

Domande aperte all'autore.

 

  • Quanto è cambiata la tua scrittura nel corso degli anni? Pensi che nei primi romanzi fosse più autobiografica?
    (Quelli del San Patricio è un romanzo molto diverso: quasi un romanzo storico)
  • In caso affermativo, ritieni la scrittura con elementi autobiografici meno matura?
  • La parte su Barcellona, che io personalmente ho amato, sembra un inserto che potrebbe anche essere tolto, senza che venga compromesso il senso del romanzo. Come mai questa scelta? Ho respirato quasi una voglia a tutti i costi di raccontare quelle scene.
  • Pensi che la situazione oggi, con il consumismo dilagante e la tecnologia invadente, sia anche peggiorata, rispetto a vent’anni fa?

Liberiamo i libri dalle biblioteche

Michele Renzullo

Commenti

commenti

Share This