Ogni autobiografia tratta di due personaggi. Un Don Chisciotte, l’Ego, e un Sancho Panza, il Sè.

 

Auden

La gente. Ci sarebbero pure delle vite interessanti se solo uno si limitasse a viverle. Poi però scatta una leva nascosta in non so quale interstizio mentale per cui vivere non è più sufficiente. Se ne deve parlare. O ancora meglio: se ne deve scrivere. Il punto è che ci sono storie che valgono la pena di essere raccontate, e altre che interesserebbero solo chi le sta scrivendo e forse qualche parente, di quelli prossimi, che vedono il bello e il buono ovunque. La verità è che se un comune mortale, con un’esistenza più o meno nella media, con qualche storia d’amore alle spalle, e mettiamoci pure due o tre cambi di lavoro, la perdita di un affetto, insomma vita ordinaria, di quelle adagiate sulla pelle dei più, dicevo se uno così si mettesse a tavolino e dichiarasse ad alta voce “oggi scrivo la mia autobiografia” desterebbe l’interesse di pochi uomini e di molti camini.

Occorre parlare chiaro: l’autobiografia non è un diario.

La pretesa che c’è dietro è differente. Si basa sull’assunto implicito che chi scrive ritenga la propria esistenza interessante. Nulla di male fin qui. Se sei Charlie Chaplin o Maradona. Se hai scalato l’Everest o scoperto la cura contro il cancro. Sei hai combattuto, usato bene le mani come Magritte o le gambe come Usain Bolt. Se ciò che hai fatto può destare stupore, meraviglia, invidia. Ma anche angoscia, repellenza, paura. Sì, se sei un serial killer, puoi scrivere un’autobiografia. Ti è concesso. Molti hanno ammazzato solo per poterne parlare, non è una novità. Ma deve esserci qualcosa, una consistenza fattuale di gran lunga superiore allo stretching mattutino. Una verità calamitica. Con un potere d’attrazione. Un modello di bene o di male che rifugga le mezze misure. Qui si parla di assoluti.

Mandela, Stephen King, avete letto di queste vite? Ti tengono sveglio di notte, nel lato più illuminato del tuo letto. Ti fanno scordare della tisana adagiata sul comodino e succhiare più in fretta una caramella. Non parlo di gialli o thriller in cui è la norma far trattenere il respiro a chi legge. Parlo di grandi vite in cui è lo scrittore stesso ad avere il fiato corto mentre si regala. Non uno di quei libri da ombrellone che si possono consultare con leggerezza di tanto in tanto, prima di lasciarsi andare al sole. Ci sono pagine là dentro che ti fanno scattare sulla punta della sedia. Che hanno tutto tranne il potere del tranquillante. Sono parole pericolose nel senso più letterale del termine, quello in cui risuona il termine greco péras, limite. Pagine che ci misurano e ci mettono alla prova. È questo che si chiede, non ad una grande vita, tutte le vite lo sono, ma alla vita di un grande.

Alla domanda: «Che cos’è On Writing?» Stephen King ha risposto: «È il romanzo della mia vita, non perché la mia vita sia un romanzo, ma perché la mia vita è scrivere». Ecco che la vita di uno scrittore diviene modello. Le parole sono la pasta di cui è fatto, il mezzo con cui si consegna. Prendetene tutti, questo è il sangue del mio sangue, Gesù diceva, alzando la coppa. Le parole sono il sangue dello scrittore, prendetene tutti, chiosa King, assaporatele in bocca perché nessuno ve lo dirà meglio di me. Ecco cosa bisognerebbe domandarci ogni volta che ci passa per la testa di dire qualcosa di noi. Siamo all’altezza della nostra vita? E poi: seppur lo siamo, vale la pena di parlarne? Poi chiediamoci quale sia il nostro scopo. A chi voglio raccontarmi? Amici, figli, nipoti? Cosa mi aspetto? Il segreto è la misura. La chiave risiede nella consapevolezza. Emozionerebbe il nipote leggere della vita della propria nonna? Senza dubbio. Ma il grande pubblico si sentirebbe coinvolto alla stessa maniera? Dipende da come si racconta la storia, potrebbe dire qualcuno. E qui sta la seconda verità. Perché non si tratta soltanto di contenuti esilaranti, commoventi, tragici. Ci sono banalità veicolate magistralmente. Ecco, se la vita è di per sé comune, un modo per renderla interessante a qualcuno che non sia il parente stretto è scriverla bene, attirare l’attenzione sulle parole che portano a galla l’aneddoto, sulle tecniche narrative utilizzate, gli intrecci, l’estetica. Perché la bellezza della parola scritta ha il potere di inficiare il contenuto, lo contamina, lo infiamma.

Eccoci quindi al punto: se non siete Mandela o Maradona. Se non possedete sulle braccia il talento di Monet e sulle tempie quello di Sartre, se non avete tra le mani altra cosa che una vita comune come ce ne sono a migliaia, l’unico mezzo che possedete è la sincerità, la completa adesione alla vostra personale sceneggiatura. Un’autobiografia si potrebbe trasformare allora in un interessante romanzo autobiografico.

Non si tratta di essere Don Chisciotte e Sancho Panza, per citare Auden, basta impugnare bene una lancia qualunque e tenere salde le briglie del vostro personale destriero. Dovete dire la verità e farlo bene.

Sì, ma come?

Radiografatevi, ma non come scrivereste un CV. Partite da un aneddoto della vostra infanzia, sprofondateci. Oppure iniziate da un qualsiasi evento che per voi rappresenta un momento di svolta. La nascita di Cristo appartiene ad ognuno di noi. È lo spartiacque tra un prima nella nostra vita e un dopo. Nel mezzo c’è un punto, un istante preciso. Partite da lì e fate retromarcia. Oppure guardate avanti fino in fondo alla strada. Non serve la cronaca degli accadimenti dalla vostra nascita al tempo presente. Non interesserebbe a nessuno. Scavate in punti precisi, distanti l’uno dall’altro, come se voleste piantare dei fiori secondo l’ottica di un giardiniere esperto, seguendo un’estetica. Poi estraete un tema che vi sta a cuore, che vi rappresenta, e fatelo correre da una buca all’altra. Scrivete di voi e non per voi. L’autobiografia non è un diario, non servono stralci casuali datati alla buona. Seguite uno schema, siate obiettivi. E divertitevi perché alla fine una corsia preferenziale su noi stessi esiste. Basta stabilire le tappe del viaggio e far brillare le buche. E poi, come scrive King:

«sistemate la vostra scrivania nell’angolo e tutte le volte che vi sedete lì a scrivere, ricordate a voi stessi perché non è al centro della stanza. La vita non è un supporto dell’arte. È il contrario

La vostra Bios non è il supporto della vostra graphia. È il contrario.

“Ti si è rotto l’aquilone? Lo spago tienilo”
Ghiannis Ritsos

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