A volte, nella scrittura di un libro, ci si domanda quali siano le idee buone e quali invece quelle da scartare.

Proprio ieri mi è venuta l’idea di scrivere alcuni capitoli del nuovo romanzo (Il sequel di “L’una di Ferragosto”), dal punto di vista della protagonista che sta nascendo.

È una grande sfida, in quanto ovviamente gli strumenti (tra cui quelli linguistici) di una creatura che non è ancora venuta a contatto con il nostro mondo sono diversi dai nostri. Ma voglio provarci.

Bene.

Questa idea, in realtà, è il frutto di una contaminazione di input ricevuti da fonti diverse.

  1. Ho già parlato del romanzo “L’Amante” di Yehoshua che ho amato. La storia è scritta seguendo il punto di vista dei vari personaggi. Ad un certo punto, l’autore inserisce dei brani scritti dal punto di vista della nonna, entrata in coma. Punteggiatura inesistente o sconnessa, parole accostate per associazioni di idee, sintassi che salta, l’uso della metafora senza mediazioni, un linguaggio destrutturato. Yehoshua ha tentato di entrare nel corpo e nella testa di una persona che è “momentaneamente assente”. Questo passaggio mi ha colpito molto. Me lo sono annotato.
  2. Nel libro “Aspetti del romanzo”, Forster dice che nessuno scrittore (o quasi) ha provato a scrivere un brano dal punto di vista di un nascituro. Inoltre considera (riassumendo) che i personaggi letterari, a differenza delle persone reali, possono fare esperienza della nascita e della morte (a noi persone in carne ed ossa non è data questa possibilità: della nascita e pre-nascita non possiamo ricordarci, della morte non avremo coscienza).
  3. È nata una mia nipote. I suo genitori l’hanno chiamata Maia. Sì, proprio come la protagonista del mio romanzo L’una di Ferragosto.

Dall’unione di questi tre spunti mi è arrivata l’idea finale di scrivere parti del nuovo romanzo dal punto di vista di Maia, quando ancora si trova in un mondo diverso, oscuro, liquido (il pancione della sua mamma).

Personalmente, mi segno tutte le idee e gli spunti (come faceva Leopardi nel suo “Zibaldone”), consapevole che non tutte saranno buone, che molte non serviranno mai, alcune potrebbero essere utilizzate più avanti per un’altra opera, e che magari una di esse illuminerà la strada.

Tenere un canovaccio di idee, spunti e riflessioni, tra l’altro, può aiutarci  a superare il blocco dello scrittore.

Se presto attenzione alla tipologia di questi input, sono: lettura, studio, vita reale.

Contaminare queste tre macro-aree potrebbe essere, a mio avviso, un buon approccio, sia per setacciare le idee più deboli da quelle che ti convincono, sia per rielaborare la scrittura, costruendo un mondo nuovo, dove tu e il lettore vi potrete incontrare attraverso l’immaginazione.

La noia di alcuni testi narrativi

A volte alcuni racconti o romanzi di scrittori esordienti risultano noiosi.

Ho provato a chiedermi quali fossero i motivi. Penso di essere riuscito a sintetizzarne due:

  1. L’esperienza rimane personale
  2. Non c’è rielaborazione nella scrittura

L’arte può partire sì da un’esperienza privata e personale, ma attraverso un processo alchemico di trasformazione (diciamo l’arte stessa), dovrebbe approdare poi all’universale.

Questo differenzia i grandi romanzieri dai dilettanti o dalla scrittura cronachistica, che si limita a riportare i fatti. In narrativa i fatti sono solo un pretesto per parlare d’altro, la tua vita personale dovrebbe costituire la materia grezza per cercare di andare oltre.

Se prendiamo, ad esempio, la sofferenza per amore, questo è quanto di più noioso, scontato e già sentito di cui si possa leggere.

Ma se a scriverne è uno scrittore come Dino Buzzati, dove in “Un amore” parte da una faccenda biografica, privata, personale e  arriva a elaborare, a mio avviso, uno dei pezzi più belli della letteratura italiana sulla sofferenza per amore – anzi, sulla sofferenza in generale – ognuno riesce a rispecchiarvi il proprio dolore, anche se parte da cause e origini molto diverse.

D’improvviso si rende conto di quello che sapeva già ma finora non ha voluto crederci. Come chi da tempo avverte i sintomi inconfondibili di un male orrendo ma ostinatamente riesce a interpretarli in modo da poter continuare la vita come prima ma viene il momento che, per la violenza del dolore, egli si arrende e la verità gli appare dinanzi limpida e atroce a allora tutto della vita repentinamente cambia senso e le cose più care si allontanano diventando straniere, vacue e repulsive, e inutilmente l’uomo cerca intorno qualcosa a cui attaccarsi per sperare, egli è completamente disarmato e solo, nulla esiste oltre la malattia che lo divora, è qui se mai l’unico suo scampo, di riuscire a liberarsi, oppure di sopportarla almeno, di tenerla a bada, di resistere fino a che l’infezione col tempo esaurisca il suo furore. Ma dall’istante della rivelazione egli si sente trascinare giù verso un buio mai immaginato se non per gli altri e d’ora in ora va precipitando.

 

Trovare le idee: consigli pratici

trovare le idee consigli pratici

Trovare le idee narrative per scrivere o arricchire un romanzo sembra facile a dirsi, ma nella pratica potrebbero venire dei vuoti di ispirazione.

Provate a prendere ispirazione da:

  • giornali (ma poi allontanatevi dalla cronaca)
  • notizie online
  • avvenimenti storici
  • il vostro ambiente di lavoro o di scuola
  • i tragitti, gli spostamenti
  • le vacanze
  • i vicini di casa

 

  • Siate scrittori 24 ore al giorno, soprattutto quando non scrivete.

Certo vi potreste anche perdere in mezzo a tutti questi segnali. L’idea vincente è quella che ritorna in modo quasi ossessivo (un po’ come quando decidete di acquistare una cinquecento rossa, e da lì in poi le vedete spuntare da ogni parte) o quando captate diversi segnali che convergono in un’unica direzione.

Ovviamente l’idea giusta non sarà sufficiente per sviluppare una storia. Dovete avere più idee buone e sviluppare trama e personaggi credibili. E soprattutto, costanza nella scrittura.

 

  • Prendete sempre nota delle vostre idee perché sono volatili, se non lo fate, voleranno via.

Io uso bloc notes, oppure app come: Evernote e quello del cellulare. Tenete un taccuino sempre sul vostro comodino: quando la mente si rilassa, va ad attingere dal subconscio e dall’emisfero non dominante.

  • Non attenetevi troppo rigidamente ai fatti, non state scrivendo un pezzo di cronaca. Inventate, contaminate, abbellite

Ad esempio, se la vostra storia autobiografica è drammatica, potete usare l’ironia, o intrecciarla con una storia più frivola (non abbiate paura che per questo perda di profondità).

  • Ricordate di intrattenere.

La componente autobiografica è come un porto: un punto essenziale da cui partire, ma che dovete poi abbandonare per spaziare nel mare della fantasia. Il vostro lettore, che sia il vostro migliore amico, vostra sorella o un estraneo, vuole leggere una storia interessante, non i vostri fatti personali. L’arte serve anche per far chiarezza nel caos della vita e mettere a fuoco alcuni meccanismi della realtà. Sia per voi, che per il lettore.

  • Scrivete per almeno 25 minuti al giorno, usando la tecnica del pomodoro.

Creatività, talento e ispirazione sono importanti, ma senza disciplina, pratica e costanza non si arriva lontano.
Pensate a quante ore si passa sui videogiochi per diventare bravi. Il processo di apprendimento ha una curva non lineare. Per mesi o anni sembra che non succeda nulla e un giorno, all’improvviso, vi riesce qualcosa o capite qualcosa di nuovo.

  • Stabilite giorni o ore alla settimana da dedicare alla scrittura

L’importante è rispettare questo programma, non scrivere un capolavoro all’inizio.

  • Quando non scrivete, progettate.

Fate ricerche, prendete appunti, parlate della vostra storia con la gente, dei vostri personaggi come fossero persone vere. Quando non sapete come far andare avanti la trama, staccate e pensate ad altro.

  • Scrivete senza interrompervi, senza rileggere, senza correggere.

Quello lo farete in un altro momento.

  • Studiate le regole e infrangetele

 

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