Lavorare nell’editoria è il sogno di tante persone che amano i libri. Che si tratti di editing, correzione di bozze, traduzione, sicuramente un luogo e un lavoro a contatto con le parole affascina in molti, ma ci sono alcuni miti da sfatare.

Vediamo, attraverso questa intervista a Claudia Tarolo, direttrice della Marcos Y Marcos – una delle case editrici indipendenti più interessanti nel mercato editoriale italiano – quali sono i retroscena e le particolarità dei mestieri legati al mondo dell’editoria.

1)Potresti darci una breve definizione di “direttore editoriale”, o quantomeno, come viene da te affrontato questo lavoro?

Il direttore editoriale ha la grande responsabilità della scelta dei libri da pubblicare. Nel mio caso, lavoro anche sull’editing dei testi italiani, rivedo le traduzioni, immagino i soggetti di copertina, lavoro con l’illustratore e parecchie altre cose.

2)Data la frustrazione e l’alienazione derivante dalla maggior parte dei lavori di ufficio, in molti sentono l’esigenza di fare qualcosa di più “artistico” e significativo. Ad esempio, lavorare in una casa editrice. Ma quanto effettivamente c’è di artistico e creativo per chi lavora in una casa editrice?

In effetti soprattutto il lavoro redazionale spesso è mitizzato. In realtà è un lavoro che ha una notevole parte tecnica, oltre che ossessiva, quasi maniacale. Resta il fatto che, almeno in una casa editrice indipendente come la nostra, lo spazio per la creatività e l’inventiva è immenso in ogni posizione ricoperta. Noi la viviamo così.

3) Editore, direttore editoriale, editor, correttore di bozze, capo redattore, traduttore, grafico, addetto all’ufficio stampa. Ruoli differenti che richiedono competenze differenti. Potresti riassumerci le skills più importanti richieste per chi lavora in una CE? Tecniche e umane. Ci sono ruoli che si accavallano? Quanto conta il mestiere e quanto l’istinto nella tua professione e in quella dei tuoi collaboratori?

Dal punto di vista tecnico occorre chiaramente avere dimestichezza con tutti gli strumenti informatici; nello specifico, i programmi si studiano e si imparano. Poi bisogna saper scrivere, avere buone capacità comunicative. Il resto si impara facendolo. L’aspetto attitudinale è più complesso: introversi, pignoli e precisini in redazione, estroversi e resistenti alla frustrazione in ufficio stampa e commerciale. Ci vuole grande umanità in chiunque tenga i rapporti con gli autori e con tutto il mondo che ruota attorno alla casa editrice.

4) Una domanda che mi viene rivolta spesso è: come si fa a diventare editor? Hai qualche consiglio in merito?

Inoltre, hai qualche dritta per chi si approccia al mondo editoriale, per non farsi sfruttare dalle (presumo grosse) CE?

Secondo me la strada per diventare editor passa dalla redazione. Si comincia umilmente a correggere bozze, uniformare, e progressivamente si dimostra di essere dotati di quell’intuito sul testo, misto a capacità di mettersi al servizio di qualcuno e qualcosa, per guadagnarsi il ruolo di editor.

Per non farsi sfruttare, credo in ogni campo lavorativo (e della vita) occorre controllare sempre che la bilancia dare-avere sia in pari: posso lavorare gratis nello stage iniziale se in cambio ricevo formazione; posso guadagnare poco in seguito se mi pare che nella casa editrice non sia onestamente possibile chiedere di più e se il lavoro mi dà abbastanza soddisfazioni per accettare un compenso limitato. Chi mette il compenso al primo posto farebbe meglio a cambiare settore! L’editoria libraria, a tutti i livelli, è una forma di resistenza in un mercato difficilissimo.

5) Quanto stressante è la vita di un direttore editoriale?

Molto stressante. Soprattutto l’odio di tutti quelli a cui dici no per me è difficile da reggere. Un po’ scherzo e un po’ no. Poi c’è la resistenza alle delusioni, libri meravigliosi che sono costati risorse e mesi di lavoro che vendono poche centinaia di copie… Parola d’ordine: ottimismo a oltranza.

6) Che differenza c’è nel lavorare in una casa editrice indipendente?

Io ho sempre lavorato in una casa editrice indipendente, quindi non so davvero. Di certo si dispone di meno risorse e di più libertà.

7)In base a quali criteri selezionate i manoscritti?

È una domanda difficile, al punto che dedico un intero corso a questo tema: Come si valuta un dattiloscritto. In estrema sintesi posso dire che pubblichiamo solo libri che ci appassionano, e ci appassionano i libri dove si sente una voce distinta e chiara, libri onesti, non fabbricati a tavolino, libri che esprimono un punto di vista sulla scrittura e sul mondo.

9) Quanto è importante l’elemento novità in un manoscritto?

Qualsiasi cosa molto bella almeno in parte è nuova. Lo stupore fa certo parte dell’elemento conquista.

10) Come vedi l’editoria nel futuro, considerati l’impatto della tecnologia e la frizione tra aumento della gente che scrive, titoli che vengono pubblicati e diminuzione dei lettori?

L’editoria ha un futuro solo se tiene alta la qualità delle scelte, se ne assume la piena responsabilità promuovendole, dunque non pubblicando troppi libri rispetto alle capacità promozionali, e non abbandonando i libri se non vendono subito. La promozione della lettura è la chiave di tutto.

 

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