Sono appena tornato dall’Irlanda, luogo dove ho vissuto per 9 anni.

A Dublino il cielo era, come spesso capita, grigio e piovoso; il traffico congestionato e l’aria satura di rumori e di polvere sottile.
Una volta preso quota l’aereo ha attraversato lo strato di nuvole e mi sono ritrovato in un cielo terso ad osservare il paesaggio sottostante.
Tutto sembrava rallentato, ordinato e pacifico: le carovane di macchine-formica, le rotonde che smistavano il traffico come in un video-game, le geometrie dei campi  coltivati.
La realtà era la stessa, quello che cambiava era solo il punto di vista.

Osservavo dall’alto questo strato di soffici nuvole, e sai cosa ho pensato?
Che stavo usando un cliché; senza rendermene conto stavo utilizzando un sintagma già preconfezionato: soffici-nuvole.
Bella sinestesia, vero?

Solo che non è mia. In più è un’immagine stantia, un figura retorica che ha perso tutta la sua forza espressiva a causa del suo frequente uso.
Non solo: addirittura mi sono accorto che stavo guardando, non le nubi, ma la loro espressione verbalizzata.

Che poi, le nuvole sono solo una massa di goccioline d’acqua e cristalli di ghiaccio in sospensione nell’aria.
Ma allora che c’entrano il tatto e la morbidezza?

Forse la prima persona che ha coniato l’espressione soffici nuvole ha pensato a una distesa di cotone, o forse al vello di una pecora. E da lì ha proseguito nell’accostamento dei due piani sensoriali diversi (quello visivo e quello tattile).
Probabilmente durante i suoi primi utilizzi, il sintagma suonava anche originale, ma il tempo lo ha fatto cristallizzare e utilizzare in modo passivo.

Per evitare di usare stereotipi e cliché in un testo narrativo, in fase di revisione potresti andare a caccia di tutte quelle frasi stanche e già sentite che hai utilizzato. Condividi il Tweet

Per usare un tropo non devi imparare a memoria le definizioni.
Puoi andare a ritroso risalendo proprio all’associazione tra significato letterale e figurato, tra denotazione e connotazione, per poi creare una tua associazione originale basata sulla tua esperienza personale, magari facendo un passo indietro (o di lato), e cambiando la tua prospettiva.

Spero di non averti annoiato con questi “fiumi di parole” 😊

cliché definizione

cliché ‹klišé› s. m., fr. [part. pass. di clicher «stereotipare», voce onomatopeica che in origine esprimeva il rumore della matrice che cade sul metallo in fusione]. – 1. Denominazione generica, in uso, spec. in passato, nelle arti grafiche (anche nell’adattamento ital. cliscè), per indicare la matrice zincografica per illustrazioni da inserire nelle forme di stampa tipografiche. Si distinguono i clichés a mezzatinta, che servono a riprodurre fotografie o dipinti, in bianco e nero o a colori, basandosi sulla scomposizione della figura in tanti punti, ottenuta con l’interposizione di un retino, per ricavare effetti di chiaroscuro, e i clichés a tratto, o grafici, che servono a riprodurre disegni in bianco e nero, ricavati da disegni eseguiti a linee ben definite oppure da testi tipografici o silografici o da incisioni in rame. Si dà comunem. il nome di cliché anche alle lastre stereotipiche e alle matrici di carta incerata per ciclostile; e, nel gergo tipografico ed editoriale, alle illustrazioni inserite nel testo: un libro con molti clichés2. fig. Espressione priva di originalità, spesso ripetuta, e perciò fastidiosa; frase fatta, stereotipata, abusata; concetto o giudizio ormai cristallizzato; comportamento, atteggiamento banale, scontato: esprimersi attraverso clichés tradizionaliripetere continuamente le solite cosesecondo un cormai sorpassatoviverescrivererecitaredipingereattenendosi a un cliché.

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