[…] il cinema sarebbe il romanzo e la fotografia il racconto
Cortázar

come scrivere un racconto

Scrivere un racconto, che sia un racconto breve, un componimento mainstream o di genere, è considerato dai più una palestra per imparare a scrivere un romanzo.

Ritengo che in questa affermazione ci sia una mezza verità.

Scrivere un racconto potrebbe risultare in parte più facile per diversi motivi: è un’opera narrativa più breve, contiene degli archi narrativi ridotti, meno personaggi, una trama meno ricca di avvenimenti, e di conseguenza si corre meno il rischio di andare incontro ad alcuni errori, come contraddizioni, incongruenze, una flessione della parte centrale.

Ma bisogna prestare attenzione ad alcuni potenziali equivoci.

Innanzitutto, la parola racconto. Raccontare nel significato corrente indica fare una relazione, una esposizione di fatti o discorsi.

Mentre scrivere un romanzo evoca subito un’impresa, uno sforzo intellettuale notevole, il dover acquisire specifiche tecniche narrative, quando lo scrittore emergente si cimenta nella scrittura di un racconto, spesso lo fa pensando che si possa limitare a raccontare una storiella, a resocontare un aneddoto.

Il romanzo è ciò che Eco chiama l’opera aperta, è davvero un gioco aperto che lascia entrare tutto. Il racconto invece è tutto il contrario: un ordine chiuso. Perché ci lasci la sensazione di aver letto un racconto che ci resterà impresso nella memoria, che valeva la pena di essere letto, quel racconto sarà sempre uno di quelli che si chiudono su se stessi in modo fatale. Cortázar.

Se il romanzo implica da una parte un grande impegno, uno sforzo intellettuale notevole, costanza e disciplina, dall’altra in un racconto abbiamo molto meno spazio per colpire e stimolare il lettore. Insomma, scrivere qualcosa che lasci il segno, che non si limiti, nella migliore della ipotesi, a essere considerato “carino”, “scritto bene.”

Quali sono i problemi più diffusi nella scrittura di un racconto breve?

Come scrivere dunque un racconto senza errori e che lasci il segno?

Le debolezze nella scrittura di un racconto possono essere molteplici. Dallo stile verboso e ridondante, all’eccessiva aggettivazione. Da un finale poco convincente, a dialoghi didascalici e piatti. Ancora, ci possiamo imbattere in un incipit lento e statico, che risulta non essere coinvolgente, o in personaggi improbabili.

Ma, a mio avviso, i problemi fondamentali nella scrittura di un racconto sono due:

  • l’eccessivo autobiografismo
  • la mancanza di profondità

Molti racconti di autori emergenti si limitano a riportare una storia su carta, a volte autobiografica, a volte ispirata a un fatto di cronaca, ma dove non c’è nessuna rielaborazione perché troppo aderente alla realtà.

E qui riprendo l’equivoco della parola raccontare. L’autore esordiente si limita a ricercare nella memoria, dalla quale si può certo partire, per riportare alcuni fatti a lui accaduti. Ma, dato che non crea un mondo narrativo, una finzione letteraria, finisce per fare cronaca, anziché narrativa o letteratura.

In questo modo, lo scrittore in primis non scoprirà nulla, né del personaggio, né di sé, e quindi dell’essere umano. Di conseguenza, anche il lettore si limiterà ad apprendere i fatti, al massimo soddisfacendo una curiosità da cronaca, ma senza arrivare a nessuna epifania, a nessuna rivelazione.

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Come fare per ovviare all’eccessivo autobiografismo?

Un modo per obbligarci a creare una sorta di laboratorio narrativo dove, date alcune premesse, possiamo indagare l’essere umano,

facendoci sorprendere dai nostri personaggi, è quello di utilizzare alcuni motori narrativi.

Cosa sono i motori narrativi?

Cosa succederebbe se tutta la gente del mondo all’improvviso diventasse cieca? Cosa succederebbe se in una cittadina comparisse un mostro che rapisce e uccide i bambini? Cosa succederebbe se una coda in autostrada diventasse talmente lunga e ingorgata e durasse anni?

what if

Questi sono tre esempi del tipico motore narrativo chiamato WHAT/IF (rispettivamente tratti da Cecità di Saramago, It, di Stephen King, e L’autostrada del sud di Cortázar) che permettono allo scrittore di indagare e di esplorare situazioni, magari assurde, magari surreali o paradossali, ma che ci permettono di scoprire qualcosa su di noi, e sull’essere umano.

Ma un motore narrativo può essere anche molto semplice. Cosa accadrebbe se la tua stessa vicenda fosse accaduta a un personaggio con caratteristiche diverse dalle tue? Più grande, più piccolo, di sesso diverso. O in un’altra epoca? (L’espediente narrativo di Ritorno al futuro).

Quando scriviamo un’opera narrativa dobbiamo quindi creare un mondo immaginario. Attenzione! Come mondo immaginario non intendo necessariamente un mondo fantastico, distopico, o fantascientifico. Il mondo immaginario può essere molto simile al nostro.

Se io ambiento il mio romanzo a Barcellona, il lettore non si imbatterà nella Barcellona che trova nella realtà, o riportata in un articolo di cronaca, ma in una sua rappresentazione.

Così come, se per costruire un personaggio letterario, mi ispiro a mia sorella, a mia mamma, o a mia cugina, non devo riportare su carta la persona in carne e ossa, altrimenti non scoprirò nulla di quel personaggio. Non posso limitarmi a cambiarne il nome. Devo prenderne i caratteri salienti, ibridarli, usare la mia immaginazione, collocare il personaggio in modo funzionale al contesto e farmi sorprendere dal suo comportamento.

Mancanza di sintesi

L’altro problema a cui accennavo riguardo la scrittura di un racconto è la mancanza di profondità. Questo aspetto può essere dato anche:

  • dalla diluzione di significati;
  • dalla mancanza di simbolismi all’interno del testo;
  • dalla presenza di elementi narrativi non funzionali alla narrazione.

Ovvero, il racconto manca di sintesi.

In questo video analizzo un racconto magistrale scritto dallo scrittore svedese Stig Dagerman, che puoi scaricare qui: UCCIDERE UN BAMBINO (1948) Stig Dagerman

Racconto e romanzo: quali le differenze?

Anche se più o meno tutti cominciano con lo scrivere racconti, sembra che il vero obiettivo di chi scrive narrativa sia quello di arrivare al romanzo. Probabilmente questo accade perché lo si identifica subito con l’oggetto libro – una raccolta di racconti, in effetti, è un’idea che ci mette più tempo a concretizzarsi nella mente dello scrittore, tanto è vero che spesso rappresenta una specie di summa di un percorso della durata di diversi anni – e anche perché è il mercato editoriale stesso a richiedere un format preciso, oltre che specifici generi narrativi in base all’andamento delle vendite.

Ovviamente, prima di approdare al comporre una raccolta di racconti, si possono inviare i singoli racconti ad alcune riviste letterarie.

La verità, però, è che la stesura di un racconto e quella di un romanzo non obbediscono alle stesse regole. Condividi il Tweet

In un racconto ogni cosa deve stare al proprio posto, non deve stonare – perché è come se voi la vedeste al microscopio, illuminando soltanto una piccola porzione di mondo all’interno della quale si sviluppa tutta la storia – e questo richiede l’impegno di doverlo rileggere e revisionare fino ad averne la nausea, quindi di metterlo da parte e riprenderlo dopo un po’, per vedere se funziona ancora oppure no.

Scrivere un racconto vuol dire  riscriverlo più volte: proprio perché abbiamo a che fare con quella manciata di pagine che ci sembra richiedere poco impegno e che invece vuole un’attenzione esclusiva, che non ammette di scendere in alcun modo a patti. Ovviamente, affinché un racconto funzioni, non è sufficiente l’attenzione nei confronti della lingua e dello stile, ma si tratta comunque di una condizione necessaria. Ad esempio, importante è la struttura di un racconto. Nel dubbio, vi consiglio di utilizzare la struttura aristotelica a tre atti.

Così come lo è avere un’idea – o potremmo chiamarla “immagine” o tema del racconto – messa bene a fuoco, al punto che si riesca a sintetizzarla in sole due righe.

Avere ben chiaro quale sia il tema dell’opera narrativa è importante, anche per la scelta degli elementi narrativi da utilizzare, come

spiego in questo video.

È da quell’idea che, come un battito di cuore, il racconto prende vita.

Avere la possibilità di confrontarsi con un lettore esterno, che abbia una certa esperienza e confidenza col genere, può essere d’aiuto per entrambi gli aspetti, principalmente per quest’ultimo. Nei miei laboratori di scrittura faccio sempre fare questo eserciziouna volta terminato un racconto, chiedo ai miei studenti di sintetizzarmi l’idea in due o tre righe. Non ci crederete, ma a volte risulta loro più difficile che scrivere due o tre pagine, e questo perché chi non ha esperienza nella scrittura tende a partire, magari seguendo un’intuizione, senza sapere dove andare a parare. Accompagnandolo in questo ragionamento a posteriori – una specie di autoanalisi delle proprie intenzioni –capita non di rado che l’autore scopra, all’interno di quelle poche pagine, un’idea alla quale non aveva pensato – che in realtà non aveva messo a fuoco, ma che più o meno inconsapevolmente ha tirato fuori – e che in seguito a questa specie di illuminazione, di epifania, si ritrovi a riscrivere completamente il racconto.

Immagino che messa così, la stesura di un racconto vi sembrerà improvvisamente una cosa faticosissima, un processo creativo capace di minare le vostre certezze e di mettervi in crisi – ed è proprio così che accade, non ve lo nascondo – ma in realtà posso assicurarvi che è la parte più bella e creativa di questo lavoro. Bisogna avere tanta tenacia, essere disposti a mettersi in discussione, anche ad arrabbiarsi fino ad avere voglia di prendere e buttare via tutto.

Un racconto, per quanto breve possa essere, è tutto questo. Se è qualcosa di meno, significa che state già pensando a scrivere un romanzo e che siete sulla strada sbagliata.

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