Trucchi, segreti e tecniche narrative per scrivere dialoghi di qualità e non cadere in gravi errori

Uno degli elementi più importanti per scrivere un buon romanzo sono sicuramente i dialoghi.

Scrivere dialoghi efficaci farà la differenza nella scrittura del tuo romanzo o racconto, e potrebbe decretare il successo o meno per la pubblicazione del tuo libro.

In un dialogo narrativo le chiacchiere stanno a zero

Se nella vita reale parliamo del più e del meno, ci fermiamo, ci ripetiamo, imprechiamo, parliamo per riempire vuoti, in un romanzo o in un racconto dobbiamo usare il dialogo per assolvere delle funzioni precise, tra cui:

  • portare avanti la trama
  • rivelare un conflitto
  • svelare le caratteristiche di un personaggio
  • fornire informazioni sul tempo o sul luogo della storia
  • far percepire l’atmosfera o l’umore di un personaggio

Certo, i personaggi possono anche parlare di frivolezze, ma allora nel sottotesto, attraverso la scelta precisa di parole ed espressioni, dobbiamo esprimere alcune caratteristiche del personaggio o il rapporto tra i due parlanti.

«Un caffè.»
«Normale o macchiato?»
«Se lo avessi voluto macchiato lo avrei specificato, le pare?»

Una semplice battuta ci può far intuire lo stato d’animo e il carattere di un personaggio.

Il dialogo, quindi, è una parte fondamentale di un testo narrativo. A volte il successo o l’insuccesso di un romanzo  dipende proprio da quanto è efficace un dialogo.
Possiamo riassumere le sue funzioni principali in:

Non ci sono regole per la quantità di dialogo da inserire in un testo: personalmente mi piacciono i romanzi bilanciati. Il dialogo spezza il ritmo del testo, lo fa accelerare, sentire vivo (anche graficamente ci sono spazi bianchi, quindi scorre più velocemente).
In altre parole, il lettore viene coinvolto maggiormente, gli pare proprio di essere lì ad assistere alla scena.

È molto difficile scrivere buoni dialoghi in quanto non sono la trascrizione di una conversazione origliata, ma sono una simulazione della vita e ci danno l’illusione della realtà.

Cosa vuol dire? Che se vuoi provate a registrare col vostro telefonino una conversazione, e trascriverla pari pari, vi accorgerete che il testo risulterà sconclusionato.

Un dialogo deve risultare quindi credibile in relazione al contesto. Se nella vita reale proviamo il gusto della chiacchierata fine a se stessa, in quanto quello che ci preme maggiormente è trascorrere il tempo con quella persona, nella narrativa le battute devono essere dense di significato.

DIALOGHI: COME CARATTERIZZARE UN PERSONAGGIO?

Come dicevamo più sopra, una delle funzioni del dialogo è quella di caratterizzare il personaggio.

Un marinaio esperto non dirà, “tira la fune di canapa”, ma, “cazza la gomena”.

Il personaggio si esprime attraverso parole e sostantivi precisi. Condividi il Tweet

La sua caratterizzazione avviene attraverso la conoscenza che ha del mondo: dobbiamo prestare quindi molta attenzione alla scelta delle parole.

mare

Un altro aspetto da considerare nei dialoghi è la personalità del personaggio che si esprime attraverso le parole:

Immaginiamo due persone distese in barca ad osservare il mare

Antonio dice: “Che pace”

Laura dice: “Bello, ma sembra così vasto.”

Il verbo sembrare esprime la percezione soggettiva del personaggio.

Anche se non sappiamo nulla di loro due, capiamo che Laura è una persona più introspettiva.

Dialogo e sottotesto

Quando costruiamo un dialogo dobbiamo far tesoro di come funziona la comunicazione: del sottotesto, delle contraddizioni, dei silenzi, di quando diciamo l’opposto di quello che veramente intendiamo. La contraddizione tra ciò che viene detto e quello che si intende produce tensione o intensità tra i personaggi.

In questo passaggio, i protagonisti de “Il grande sonno” parlano apparentemente di cavalli. In realtà, attraverso l’uso di un elemento esterno, parlano di loro.

Un altro esempio di sottotesto lo possiamo trovare nella primissima scena del capolavoro Kramer Vs Kramer

Meryl Streep dice una cosa molto semplice, che in un altro contesto, potrebbe risultare banale: “I love you”.

Ma lo dice con un’intensità particolare.

Cosa ci colpisce in questa scena?

Il sottotesto.

Il sottotesto è: “mi dispiace bambino mio. Nonostante ti ami più della mia vita sono costretta a lasciarti.”

Nota bene: un dialogo letterale sarebbe stato:

  • o con una battuta come quella che ho appena scritto;
  • oppure con la battuta “I love you” inserita in un contesto senza conflitto.

 

Un dialogo deve essere verosimile ma, come dicevamo in fase di apertura, non l’esatta trascrizione di una conversazione.
Quindi come si può simulare una conversazione e scrivere un dialogo efficace?

fisionomia di un dialogo

Vediamo alcuni trucchi per scrivere un buon dialogo narrativo: 

  • In primo luogo bisogna affinare l’orecchio. Per far questo basta prestare attenzione a come parla la gente: in giro, sui mezzi, in Posta, in aula, sul lavoro, in diversi contesti e magari prendere appunti di quello che vi colpisce.

 

  • Usate contrazioni, interiezioni, intercalari, termini colloquiali o gergali (usate anche le parolacce o i termini in dialetto, ma attenzione a non abusarne: queste parole hanno un peso molto più importante sulla carta rispetto al parlato)
    Quindi vanno bene i cioè, i mah, a seconda di chi parla ovviamente.
    “Lei flippava”, ad esempio, espressione tratta da Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, Christian F.

 

  • Se nella narrazione bisogno evitare come la peste i cliché, nel dialogo si possono utilizzare (se si vuol riprodurre un certo effetto di parlato quotidiano)
    “C’è un sole che spacca le pietre”

 

  • Arricchite il dialogo contestualizzandolo visivamente, quindi non solo un botta-e-risposta ma indicate le azioni dei vostri protagonisti
    Non si preoccupi,” disse il dottore, indicando il portafogli della paziente.

 

  • Usate il dialogo per scene importanti, idealmente dove c’è tensione tra i personaggi.
    da Scerbanenco, I ragazzi del massacro:
    «Tre sere fa sei andato a scuola come tutte le sere? »[..] «Sì, ero a scuola, ma io non ho fatto niente», disse il ragazzo.[..] «Sì, lo so che non hai fatto niente», disse quieto Duca. «Vuoi assaggiare un po’ di questa roba? Ti fa passare il sonno.»
    «Oh, no, è troppo forte», disse il ragazzo. C’era cascato. Erano furbi, ma non erano intelligenti.
    «Come fai a sapere che è forte? L’hai già assaggiato?» disse Duca, gentile.
    «Io no, ma si vede che è una roba forte.»
    «Ah, sì, e da cosa si vede?»
    «Non lo so, forse la bottiglia, è come quelle della grappa. »
    «Potrebbe essere una bottiglia di sciroppo di cedro. Avanti, assaggiane un po’.»

 

  • Legate il dialogo a un pensiero
    Ma che cavolo combini?” Gabriele pensò che era stato troppo brusco. “Lo dico per il tuo bene, lo sai..”

 

  • Usate ripetizioni, domande irrilevanti, risposte che non hanno senso o siano l’esatto contrario di quello che intende il personaggio.
    Il Pipistrello, JoNesbo:
    – Anche se stasera il cattivo sei tu, – disse Ivan. –Tu! Affondò un indice nel petto di Harry.
    – Tu! – ripeté Ivan affondandolo ancora di più. Il poliziotto biondo vacillò pericolosamente.
    -Tu!
    Questa semplice ripetizione del tu ci comunica una strana atmosfera, come se Ivan volesse dire qualcos’altro.
    O come non ricordare la mitica scena in Harry ti presento Sally:
    Sally: “Ecco… tanto sei il solito imbroglione! Mi dici queste cose… e poi mi spieghi come faccio a odiarti io? .. E invece io ti odio… ti odio… ti odio”.
  • Non abbiate paura di ripetere “disse” come frase di attribuzione (sintagma di legamento.)
    Anche se può sembrarvi noioso a voi come scrittori, dato che si tratta di una convenzione cristallizzata, è quasi come  fosse una parola trasparente. Fateci caso, soprattutto nei romanzi contemporanei.
    Se usate forzatamente altri verbi potreste suonare innaturali. Attenzione ai vari proferire, dichiarare, proclamare, annunciare. Oppure potete anche omettere le frasi di attribuzione se non c’è ambiguità.Colline come elefanti bianchi, Hemingway:
    La ragazza guardò la tenda di bambù. «Ci hanno dipinto qualcosa sopra»disse.
    «Cosa dice?»
    «Anis del Toro. È una bibita.» «Perché non l’assaggiamo?»
    L’uomo gridò: «Senta» attraverso la tenda. La donna uscì dal bar.
    «Quattro reales.»
    «Vogliamo due Anis del Toro.»
    «Con acqua?»
    «Lo vuoi con l’acqua?»
    «Non so» disse la ragazza. «È buono con l’acqua?»
    «Buonissimo.»
    «Li volete con l’acqua?» chiese la donna.
    «Sì, con l’acqua.»

    Non c’è bisogno ogni volta di ripetere chi parla.

 

  • Usate il dialogo indiretto per riassumere avvenimenti non importanti.
    Prima di partire, mio padre mi sciorinò tutte le solite raccomandazioni generiche e specifiche, salutandomi con una stretta di mano.

 

  • Usate gesti e azioni per delineare la personalità di un personaggio (in questo modo non abbiamo bisogno di descriverlo). Una ragazza che si controlla le punte dei capelli quando parla è diversa da una che ti fissa negli occhi.

 

  • Spezzate una frase lunga, collocando l’attribuzione al centro.
    Io sono stufa,” disse Cinzia “tutti questi regali, cene, gioielli e poi… quando ti cerco non ci sei mai.”

Errori nei dialoghi

Uno degli errori più comuni che si possa commettere è quello di usare il dialogo per spiegare un retroscena, un’informazione sulla trama, una parte della storia ovvia per i personaggi.

« Abbiamo controllato dappertutto. E non abbiamo trovato niente. Neanche una lettera, una foto, dei panni sporchi.»

« Tu mi vorresti dire che, dato che non ci sono effetti personali, l’assassino potrebbe non vivere effettivamente qui?»

In questo dialogo inventato il narratore sta offrendo indizi al lettore, imboccandolo col cucchiaino. Oppure:

«Buondì signor Brambilla. Ho visto questo pomeriggio la signora Maria, sua moglie, rientrare già dal lavoro.»

Il signor Brambilla, ovviamente, sa che la signora Maria è sua moglie.

 

Evitate un dialogo didascalico per spiegare la trama, o peggio, fare “predicozzi” che in realtà sarebbero la vostra voce: non veicolate le vostre idee o opinioni attraverso i personaggi. Quando parlano devono parlare di loro.

Andate piano con gli avverbi. Graziosamente, sarcasticamente, violentemente. La frase in sé dovrebbe già dare la cifra del tono del dialogo.
“Non permetterti di parlarmi più in questo modo.” La dice già lunga. Se chi parla sta gridando sarà sufficiente aggiungere un punto esclamativo alla fine. Meglio ancora, inserite delle azioni.
“Non permetterti di parlarmi più in questo modo,” disse Marco, sbattendo la porta.

 

La punteggiatura nel dialogo diretto

Il dialogo diretto può essere espresso tramite diversi segni tipografici quali virgolette, apici, virgolette caporali, o linee. Uno degli errori formali in cui possiamo imbatterci è sbagliare la punteggiatura nei dialoghi. Ogni casa editrice adotta le sue convenzioni.

L’importante è usarli con coerenza e non cambiare mai metodo all’interno del testo.

  • virgolette alte semplici dette anche virgolette inglesio singoli apici (‘esempio’)
  • virgolette alte doppie dette anche o italiane o doppi apici (“oppure”)
  • virgolette basse dette anche francesi o caporali o a sergente («esempio»).
  • Linee (  ̶    esempio )

Conclusioni sui dialoghi:

In un romanzo l’interazione tra i personaggi è una componente fondamentale per catturare l’attenzione. Il dialogo, se ben fatto, è quello che più coinvolge e affascina il lettore in quanto gli fa dimenticare che la storia è frutto della fantasia dell’autore.

È un po’ come ad un primo appuntamento: la conversazione, sebbene non sia tutto, è una parte importante che vi spingerà a decidere se volete rivedere o meno una persona.

Proprio come ad un rendez-vous, bisogna sapere quando parlare e quando ascoltare Condividi il Tweet

conclusioni sui dialoghi

Esercizi sui dialoghi

Propongo qui di seguito uno dei miei esercizi di scrittura creativa:

Riscrivete il seguente dialogo, in modo che i personaggi non parlino in modo letterale (stile telenovela)

“Mi sei piaciuta dal primo momento”

“Anche tu. Ho sentito questa attrazione travolgente da subito.”

“Sì. Provo un misto di tenerezza, ma anche di forte passione.”

Suggerimento: usate un  oggetto esterno (ad esempio, parlano di arte culinaria, riferendosi a loro).

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