Anton Čechov dice che se inserisci un fucile nel primo capitolo nel terzo deve sparare.

Questo perché in un’opera drammaturgica (romanzesca, cinematografica, teatrale), tutte le componenti devono avere una loro funzionalità: l’opera deve risultare una struttura compatta, un edificio solido che si regge e si rafforza grazie ai suoi componenti architettonici.

Per far questo dobbiamo avere molta cura nella scelta dei dettagli da inserire nel testo.
La scelta di quali dettagli inserire, e come descrivere una scena o un personaggio, è quello che distingue la scrittura narrativa da un articolo di giornale o da un saggio.

Se, ad esempio, descriviamo una stanza, non ci appresteremo a redigere un inventario per un’ asta giudiziaria, elencando tutti gli oggetti attorno a noi. Stiamo guardando la stanza attraverso gli occhi del narratore, attraverso il suo punto di vista  (che può coincidere o meno con un personaggio del romanzo o del racconto). La descrizione della stanza sarà influenzata, oltre che dalla personalità, dalla cultura, dal registro linguistico del narratore, anche dal suo umore. Allora una porta potrebbe apparire rossa come il sangue o come una ciliegia.

Sempre in questa fatidica stanza, se  decidi di menzionare un fucile appeso al muro (e certo, ce lo hai piazzato tu scrittore), questo deve avere una sua funzionalità nella storia.

Ma non è solo questo il punto.

 

Proviamo a fare un po’ di “reverse-engineering”

Certo il grande scrittore e drammaturgo russo intendeva dire che non bisogna mai introdurre oggetti, personaggi o altri elementi se non sono necessari. Se compare una pistola in una scena e poi, nel proseguimento della storia, nessuno la usa, è un elemento inutile che andrebbe eliminato.

Ma il mio punto qui non è  focalizzare l’attenzione solo su ciò che va eliminato (operazione sempre utile e necessaria), ma anche su ciò che va aggiunto.

Facciamo un salto nella fase avanzata di un ipotetico romanzo e immaginiamoci la scena clou in cui una signorina, minacciata da un bruto, si ritrova spalle al muro spacciata. Improvvisamente trova questo fucile. Lo afferra e spara al villain. Minaccia scampata, che fortuna! Ed è proprio il punto. Questo espediente risulta troppo facile, un miracolo, una risoluzione deus ex machina che risolve un problema fuori dai meccanismi narrativi.

Per ovviare a questa sensazione di fatalità provvidenziale – e nascondere la macchinazione dell’autore – potremmo introdurre l’elemento fucile nella prima parte del testo. In questo modo, avendo il lettore, anche solo in modo distratto, familiarizzato con questo elemento, troverà la storia più credibile.

Inoltre, se il lettore non familiarizza con l’elemento anticipato, la sorpresa e l’emozione saranno percepite solo dai personaggi della storia.

Diciamo che nella prima stesura, preso dagli eventi della trama, non hai potuto prestare attenzione a tutte le componenti narrative. Sei giunto alla scena madre  in cui ti premeva scrivere che la ragazza si salvava.  Ecco che in fase di riscrittura e revisione, per rafforzare questa scena e renderla più credibile, puoi andare ad inserire questo elemento nella prima parte del testo, anticipandolo.

L’anticipazione è uno degli elementi architettonico-estetici a cui mi riferivo in fase di apertura, che dà compattezza e solidità al tuo edificio.

Il fucile rappresenta anche un vero e proprio indizio, lasciato sapientemente per il lettore, che in questo modo non  percepirà l’artificio narrativo come qualcosa di miracoloso estraneo alla storia.

Il “trucco”, sarà anche quello di non puntare sull’indizio il riflettore addosso.

Ti prego di notare, inoltre, che il “fucile” potrebbe anche essere un elemento non materiale: una domanda, un’immagine, un simbolo o un personaggio minore.

Proprio come in un episodio di Breaking Bad.

Chi non è d’accordo?

Haruki Murakami

Haruki Murakami

Haruki Murakami non applica questo principio. Addirittura, nel suo  1Q84 argomenta così la questione:

Aomame annuì.

– Mi inviti a trasgredire la regola di Cechov, insomma.

– Esatto. Cechov è un grande scrittore, ma il suo modo di pensare non vale per tutti. Non è vero che tutte le pistole che appaiono in una storia debbano fare fuoco, – disse Tamaru. Si spogliò e fece una doccia calda che portò via quello sgradevole odore di sudore. «Non è vero che tutte le pistole debbano fare fuoco, – si disse Aomame mentre era sotto la doccia. – Una pistola non è altro che uno strumento. E quello in cui vivo non è un mondo di finzione. È un mondo reale, pieno di smagliature, difformità, anticlimax».

 

Insomma, puoi inserire un fucile anche come “specchietto per le allodole”, come McGuffin per aumentare la suspense, per sviare l’attenzione del lettore dalla trama principale o anche solo per imitare la vita.

Come al solito, per trasgredire una regola, dobbiamo esserne prima a conoscenza.

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