Scrivere è terapeutico.

Quante volte lo abbiamo sentito. E quante volte abbiamo sentito il bisogno di mettere nero su bianco alcuni episodi (solitamente drammatici) della nostra vita.

Allora prendiamo un blocco o il portatile e cominciamo a dar forma scritta ai demoni che ci rodono dentro.

Non solo. Vogliamo anche condividere il nostro dramma, la nostra esperienza con altri. Vogliamo addirittura scrivere e pubblicare un libro.

Ma basta raccontare gli aneddoti della nostra vita, per scrivere un romanzo autobiografico?

Basta riempire pagine di un quaderno o di Word per innescare un processo catartico? E la vicenda personale interesserebbe veramente un’altra persona (che non sia la propria sorella o la migliore amica)?

Innanzitutto ti consiglio di chiarire questo punto.

  • Cosa auspichi?
  • Vuoi solo scrivere una pagina di diario?
  • O vuoi che la tua storia venga letta da altri?

 

Fino a quando il tuo manoscritto non incontra almeno un lettore, quell’oggetto rimarrà solo un mero oggetto inanimato. Celluloide o  una sequenza di bit.

Un libro nasce solo dall’interazione tra scrittore e lettore. Condividi il Tweet

Ora, il passaggio successivo è:

Come fare affinché il lettore si appassioni alla mia storia?

Ecco alcune considerazioni e suggerimenti:

Ricorda che anche nel romanzo autobiografico il protagonista non sei tu, ma un personaggio letterario che ha le tue stesse caratteristiche. Non sei tu, ma la rappresentazione letteraria di te stesso. E allora avrà lo stesso colore dei tuoi occhi, lo stesso taglio di capelli, lo stesso carattere. Persino lo stesso nome. Ma non sei tu in carne e ossa! È il filtro con il quale vedi te stesso a rendere la cosa interessante (interessante per te e per il lettore).

Così come i luoghi attraverso cui si muove il protagonista del tuo romanzo non sono i paesi che trovi sulla Lonely Planet o su Google Map. Sono una rappresentazione anch’esse di queste ambientazioni. E quello che sarà interessante sarà il punto di vista di chi li vive (ricorda: non tu, ma la tua trasposizione letteraria). Se sei andato a Roma e hai visto il Colosseo, il lettore dovrà vedere il monumento come se fosse la prima volta.

E così ogni cosa che descrivi e decidi di inserire nel tuo romanzo autobiografico. Perché prima di tutto sei tu che scegli quali avvenimenti citare, quali no, quali oggetti, persone, azioni, mezzi di trasporto, battute, aneddoti.

Ma ricorda che ognuno di essi deve essere trattato come elemento narrativo. Un treno non sarà più un treno, ma la rappresentazione di esso, che si inserisce in un contesto narrativo molto preciso, in un mondo immaginario che non è la fedele replica della realtà, ma la sua rappresentazione (seppur fedele).

A maggior ragione se parliamo del personaggio.

«Un personaggio deve essere uno le cui sfortune sono causate da errori e fragilità». Aristotele.

Questo vuol dire che la sfortuna del personaggio, così come la sua fortuna, deve essere giustificata e ricercata  all’interno della narrazione, e non fatta piovere dal cielo perché conviene all’autore, adottando il meccanismo deus-ex machina.

D’altronde, Aristotele vede la tragedia non come imitazione della vita o della natura, ma come ricostruzione e rappresentazione della realtà, adottando criteri di verosimiglianza. Solo così, il protagonista, insieme allo spettatore, può passare dalla non conoscenza alla conoscenza attraverso un processo catartico.

Se ci abituiamo a usare il filtro della narrazione, allora un treno potrebbe rappresentare molte cose: l’arrivo, la partenza, la paura, la speranza, la fuga. Se non ragioniamo per elementi narrativi che si muovono in un contesto indipendente – in un mondo letterario dove lettore e scrittore si possano incontrare – rimarremo sempre ancorati a un livello cronachistico di esposizione, in cui raccontiamo i fatti nostri: episodi che non interessano a nessuno.

Se non affrontiamo il processo per cui dal particolare approdiamo all’universale, la storia rimarrà solo una vicenda personale, priva di interesse e spessore. Solo attraverso la letteratura un treno può coinvolgere il lettore a livello emotivo, altrimenti rimarrà un ammasso di ferraglia.

Senza filtro e rielaborazione, senza che gli elementi diventino simbolici e funzionali alla narrazione, scrivere rimane solo uno sfogo fine a se stesso e non si trasforma in processo terapeutico e catartico.

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