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La cucina di una società è il linguaggio nel quale essa traduce inconsciamente la sua struttura
(Claude Levi Strauss)

Gino è un aspirante chef, ed ha appena brevettato un nuovo dolce: il tiraprofitto: un incrocio tra un tiramisù e una profiterole. Lo ha fatto assaggiare alla mamma e alla sua fidanzata, che ne hanno scofanato un’intera pirofila. Preso dall’entusiasmo e dal nome di buon auspicio, Gino decide di tentare di vendere il suo dessert alla “Pasticceria Pasticciona.”

Preso il suo dolce sotto braccio, si fa coraggio e si reca nel negozio. Una volta dentro, chiede di parlare con il titolare, che lo accoglie benevolmente. Il proprietario assaggia senza indugi il tiraprofitto e  ne rimane estasiato:

“Ma è buonissimo Gino!”

“Veramente?”

“Caspita! Mai assaggiato niente di simile!”

A Gino sbarluccicano gli occhi.

“Dai, accomodiamoci nel retrobottega.”

Il titolare apre un armadio e ne tira fuori una cartelletta. Da dentro la cartelletta, sfila un papiro di 52 fogli graffettati.

“Ecco il contratto nuovo fiammante per te, Gino! Ti rendi conto? In questo modo avrai la possibilità di raggiungere il grande pubblico. Bambini, adulti, golosi, amanti di dolci. Tutti assaggeranno il tuo dessert eccezionale. Non solo: ma tenteremo di piazzare anche il tiraprofitto sugli scaffali di R-corta.”

Gino non può credere alle proprie orecchie. Impugna la penna e si accinge a firmare il contratto. Prima però, come gli ha insegnato suo padre, dà una lettura veloce al documento.

Lo chef proponente si impegna ad acquistare almeno i primi 50 dolci realizzati per aumentare la possibilità di raggiungere le masse e promuovere i suoi prodotti dolciari. La “Pasticceria Pasticciona” rimane titolare dei diritti di vendita; si impegna altresì a confezionare ad arte il dessert e promuoverlo attraverso volantini, Internet e il passaparola con la clientela fidata.

“Quindi vuol dire che devo comprare tutti i miei dolci?”

“No, Gino. Solo i primi 50. Noi ci impegneremo, come da contratto, a dare al tuo dessert una bella confezione, il nastro rosa, il prezzo e il tuo nome sull’etichetta.”

Gino si trova di fronte a un bivio: da una parte ha negli occhi le bocche voraci di ragazze estasiate dalla sua arte pasticcera, padri golosi che aprono il portafogli la domenica per pranzo, casalinghe che si consolano di una vita noiosa con le sue leccornie: insomma, l’avere raggiunto una fama da gran pasticcere; dall’altra, un sacco di soldi da sborsare per comprare i suoi propri dolci.

Cosa faresti al posto di Gino?

E se volessi pubblicare un libro?

Lasciamo Gino alle prese con il suo dramma esistenziale e artistico e ritorniamo al nostro dilemma editoriale: bisogna necessariamente pagare se se si vuole pubblicare un romanzo?

La risposta penso che si evinca da questo breve story-telling: NO! L’editore è un imprenditore che, se ha deciso di fare questo mestiere, si deve accollare i rischi e, chiaramente, sostenere i costi d’impresa. Tra i costi di impresa c’è quella di pagare i suoi fornitori e collaboratori: redattori, editor, correttori di bozze, grafici, etc. Ah, me ne dimenticavo uno. Uno che fa, o dovrebbe fare, la differenza nel successo di un prodotto editoriale, così come lo farebbe nell’arte culinaria: lo scrittore.

 

 

 

Ora ti ho fatto venire fame scommetto! Ti lascio, allora, con la ricetta del tiraprofitto!

Buon appetito!

 

Liberiamo i libri dalle biblioteche

Michele Renzullo

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