17 cose che non sai sul mestiere dell’editor

Intervista all’editor Alessandra Zengo:

L’editing e la revisione di bozze sono lavori che richiedono doti e comptenze precise.

Abbiamo chiesto ad Alessandra Zengo di darci qualche consiglio e svelarci qualche retroscena di questa affascinante professione.

Alessandra lavora come editor e digital strategist freelance per privati e case editrici, tra cui Feltrinelli.

Nel 2015 ha creato, con Chiara Chinellato, The Sign of the Two, un progetto di branding e marketing per autori.

19 cose che non sai sul mestiere dell’editor

 

 

 

 

  1. Ciao Alessandra. Ci racconti di te? Come ti sei avvicinata al mondo dell’editoria?

Ciao Michele, e grazie per l’invito.

Io frequento l’editoria dal 2009, quando ero “soltanto” una blogger letteraria. Le cose, però, sono cambiate presto: ho lavorato a diversi progetti indipendenti, ho fondato una rivista, pubblicato un po’ di libri (altrui, non miei, come Vietato leggere all’inferno), cominciato a lavorare come lettrice esterna, poi come editor e redattrice. Insomma, il mio è stato un percorso graduale. Non ci sono state grandi sorprese o salti nel buio, e anche la decisione di aprire la partita iva — e diventare freelance — è stata naturale.

 

  1. Puoi dirci quali sono i corsi o qualifiche che permettono di accedere a quel mondo lavorativo?

In effetti, non ci sono. Non esiste un albo professionale, come per i giornalisti, per esempio. O un percorso strutturato per indirizzare gli aspiranti editor. Ogni editor si è formato a modo suo, e viene dalle esperienze più diverse (e dipende anche dal tipo di lavoro che svolge: narrativa, saggistica, varia, ecc.).

Nell’ultimo decennio, però, sono sbocciati tantissimi corsi, master, specializzazioni in editoria. Sono molto utili per avere un’infarinatura generale (si studia storia dell’editoria, grafica, impaginazione, marketing), soprattutto se non si conosce molto il mondo editoriale e si è freschi di laurea, tuttavia non sono esattamente “specializzanti”, a parte qualche raro caso.

 

  1. Che tipo di gavetta è necessaria per fare questo lavoro? Ci sono possibilità di ricoprire diversi ruoli in una casa editrice anche senza avere una laurea?

La laurea non è sempre necessaria (non tutti ce l’hanno), ma è richiesta durante le selezioni “ufficiali”, come quelle della grande editoria.

A parte questo, però, alcuni ruoli hanno bisogno di studi specifici che solo l’università offre. Al redattore di una piccola / media casa editrice di narrativa non sono richieste le stesse competenze di un editor per i Meridiani Mondadori; un editor di saggistica specialistica in ambito scientifico ha bisogno di una laurea per sapere come scegliere e “trattare” i testi del settore, come pure chi corregge classici greci e latini non può essersi fermato al liceo, con lo studio di queste lingue morte.

 

  1. Vorrei sapere se un editor può fare lavoro di editing da solo o a quattro mani con l’autore.

Dipende molto dal tipo di editing e dal tempo a disposizione. Una casa editrice ha spesso deadline molto strette e non si ha il tempo necessario per lavorare a un manoscritto estensivamente e in un confronto serrato con l’autore, anche quando ce ne sarebbe bisogno. Quindi è vero che alcune revisioni possono essere fatte in autonomia dall’editor. Alla fine, però, l’autore rilegge il file e approva (o meno) le modifiche.

 

 

  1. Visto dall’esterno il mondo dei libri sembra un posto incantato, dove non ci sono attriti, problemi. Ci puoi svelare quali sono le difficoltà giornaliere di questo mestiere?

Le persone che lavorano nell’industria editoriale sono come tutte le altre. E come ha scritto Stephen King in On writing: “Nel mondo nell’editoria ci sono persone, nemmeno così poche, disposte a rubare gli spiccioli a un morto”. Ecco, in Italia non è molto diverso.

 

  1. Lo ritieni un lavoro creativo?

Sì, lo è. L’editing non è solo grammatica o tecnica. Non ci sono regole fissate, e ogni editor lavora a seconda della propria sensibilità, delle proprie conoscenze e del proprio gusto. È un lavoro di mediazione costante tra l’universo dell’autore e quello dell’editor, giocato all’interno del testo. È un influenzarsi a vicenda, una dialettica inesauribile e potenzialmente infinita, ma che a un certo punto deve arrestarsi, se si vuole far uscire il libro.

Nessun editing è uguale all’altro, e non solo perché ogni editor corregge a modo suo, ma perché persino lo stesso editor può editare diversamente, a seconda del momento considerato. Io non edito come ho editato la prima volta otto anni fa, o come ho editato ieri, e non è solo una questione di conoscenze e “competenze” acquisite.

 

  1. Devi avere doti imprenditoriali? Di digital marketing?

Solo se sei un editor freelance. In quel caso, devi padroneggiare e gestire da solo — o pagare altri che lo facciano al posto tuo — un sacco di aree. Commerciale e marketing (che spesso si traduce in social media marketing soltanto), di sicuro, ma anche la contabilità, il servizio clienti, il branding, la comunicazione, la scrittura, ecc.

 

  1. Quando un’opera si può considerare originale?

Siamo nel post-postmoderno. È rimasto qualcosa che si possa considerare davvero originale? Ci hanno convinto di no, e io non faccio eccezione (almeno per il momento).

 

  1. Qual è il rapporto tra l’arte e la sofferenza secondo la tua esperienza personale di editor?

Questa è una domanda da rivolgere a uno scrittore. Meglio se a uno che crede ancora all’esistenza dei poète maudit.

 

  1. Che rapporto hai con gli scrittori e le case editrici? Hai mai vissuto dei conflitti?

Paradossalmente, ho avuto problemi con le case editrici soltanto quando facevo la blogger. Alcuni uffici stampa sono parecchio “sensibili” alle critiche e alle recensioni negative.

Per gli scrittori, invece, il discorso è più complicato. L’editing è conflittuale o non è, ma non significa che sia sempre qualcosa di negativo. Anzi. Ma tutto dipende dall’atteggiamento con cui editor e autore si confrontano. Alcuni scrittori non vogliono essere editati, e non ha senso insistere. Altri sono più ben disposti verso le correzioni, ma è possibile che col tempo si sviluppino attriti. Se nasce sfiducia e insofferenza da una parte o dall’altra, meglio lasciar perdere.

A me è capitato un paio di volte, ma — ironia della sorte — soltanto quando ho lavorato a progetti gratuiti.

 

  1. Pensi sia più facile o difficile diventare scrittori oggi? O editor o correttori di bozze?

Rispetto a quando? Già solo trent’anni fa, per me sarebbe stato (quasi) impossibile alla mia età diventare editor di qualsivoglia casa editrice importante, ancor meno costruirmi un’attività come freelance. L’editoria è sempre stata elitaria — il modo migliore per spendere una valanga di soldi nel minor tempo possibile, dice un mio amico — e lo è ancora, non c’è dubbio, ma le prospettive sono cambiate e ci sono più opportunità.

Per quanto riguarda la scrittura, invece, oggi chiunque può scrivere e pubblicare. Più istruzione di base (nonostante l’analfabetismo di ritorno), maggiore accesso alla cultura (non ovunque, ma esistono le alternative online come MLOL e le tantissime pubblicazioni gratuite e copyright free), la rete stessa, che comprende anche il self-publishing. Se uno ha voglia e tempo, può creare il suo libro da zero e senza spese. Da una parte è una figata, dall’altra è quasi terrificante.

 

  1. Mi è sembrato di notare una prevalenza di presenza femminile in questo ambito. Confermi? In caso affermativo, perché secondo te?

Sì, i redattori, i bibliotecari e gli uffici stampa sono a prevalenza femminile. Il problema è che gli uomini continuano a mantenere il monopolio delle posizioni dirigenziali e di potere nell’editoria italiana. Le donne ci sono, ma non possono decidere alcunché.

A questo proposito, consiglio la lettura dell’articolo di inGenere.

 

  1. Qual è l’importanza dell’incipit? Hai dei trucchi/consigli/incipit preferiti da condividere?

In Italia minimum fax ha dato a una pubblicazione di Carver sulla scrittura il titolo “Niente trucchi da quattro soldi”. Ecco, secondo me in letteratura non si devono usare trucchi da quattro soldi. Quelli vanno lasciati agli scrittori inesperti o agli scrittori a cui la scrittura non interessa.

Il primo incipit bello che mi viene in mente è quello de “Il senso di una fine” di Julian Barnes. Ma anche “La vegetariana” di Han Kang, “Il giovane Holden” di Salinger, “Il ponte” di Kafka, “Parla, ricordo” di Nabokov non scherzano.

In generale, mi piacciono gli incipit che sorprendono (subito, alla prima riga, o entro la prima pagina). Che sanno giocare con il reale, con la forma, con le nostre conoscenze per creare nuovi contrasti. Sono i migliori.

 

  1. Secondo la mia esperienza, uno dei problemi degli scrittori esordienti è la difficoltà nel costruire trame partendo da pezzi sparsi. Io mi sono fatto la mia idea di quali possano essere le cause. Potresti dirci la tua a riguardo?

I problemi degli scrittori esordienti sono tanti, a dire il vero. Non solo la difficoltà a gestire una trama, ma anche una quasi totale assenza di rigore nell’utilizzo della lingua. Pensano che lo stile sia una parolaccia inventata dai critici letterari, invece non è così. E poi i dialoghi, altro tasto dolentissimo. Spesso i personaggi parlano come se esistessero solo nell’universo del romanzo: mancano di logica, consequenzialità, realismo.

 

  1. Qual è la qualità migliore che un editor debba possedere? E un difetto di cui non può fare a meno.

Attenzione e pignoleria.

 

  1. Quali sono quelle parole, espressioni, aggettivi, avverbi che secondo te andrebbero bannate da un’opera letteraria? Comincio io: “improvvisamente”.

Improvvisamente o all’improvviso fanno rabbrividire un po’ anche me, ma in genere quando edito sono tollerante. Non ho problemi con le parole in sé — sarebbe un pregiudizio assurdo per un editor, no? — ma col modo in cui vengono impiegate nello specifico. La cosa divertente, però, è che ogni nuovo romanzo mi regala un’idiosincrasia, e questo perché gli autori tendono a ripetere certe parole. Alla fine del lavoro, almeno per un periodo, non riesco più a leggerle senza sussultare.

 

  1. Hai dei suggerimenti per stimolare la creatività?

Sì, non passare le proprie giornate editando e basta. Io, lo dico, impazzirei se dovessi stare tutto il tempo a correggere manoscritti. È un lavoro che richiede una concentrazione altissima e non è possibile mantenerla a lungo, e per tanti giorni di fila. Meglio inframmezzare l’editing con altro. Io, per dire, mi occupo di digital strategy, branding e marketing, ma scrivo (o revisiono) anche quarte di copertina, schede di lettura, newsletter, articoli, piani editoriali ecc. Edito più di quanto la mia soglia di tolleranza gradisca solo quando ho una scadenza imminente.

Infine, consiglio di 1. fare lunghe passeggiate, anche senza cane (se lo si ha), soprattutto all’alba, quando in giro non c’è nessuno e le case “si devono ancora svegliare”; 2. fruire di prodotti culturali diversi (io, tra le altre cose, sono una grandissima appassionata di cultura asiatica, soprattutto giapponese e coreana). Quando lavoro a un progetto creativo per un cliente, ho bisogno di ispirazione e questa, spesso, non la si ha proprio a portata di mano. Ogni tanto, dunque, è bene uscire dalla propria comfort zone per esplorare altri territori artistici.

Liberiamo i libri dalle biblioteche

Michele Renzullo

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